Il ruolo del docente nell’epoca dei network digitali è destinato a cambiare. George Siemens, il teorico del connettivismo, ritiene che l’apprendimento sia strettamente legato alla nostra capacità di creare connessioni con persone, idee e concetti (alcune delle quali possono essere deboli e non produrre risultati), anche attraverso tecnologie di rete. Queste non rappresentano una novità in termini sostanziali, quanto piuttosto l’estensione delle modalità di produzione e trasmissione della conoscenza che l’uomo ha da sempre cercato di potenziare negli ultimi 500 anni. Il connettivismo, quindi, si pone l’obiettivo di spiegare gli effetti delle tecnologie sul nostro modo di vivere, di comunicare e, soprattutto, di apprendere. Al di là delle implicazioni pedagogiche (consiglio l’articolo di Calvani, “Connectivism: new paradigm or fascinating pot-pourri?”, per una visione critica della teoria), il docente è comunque portato a confrontarsi con il nuovo modo di relazionarsi dei suoi allievi. A questo proposito, credo sia utile la lettura di un articolo dello stesso Siemens tratto dal suo blog, “Teaching in Social and Technological Networks”, che tratta l’argomento. In breve, a suo parere, “social and technological networks subvert the classroom-based role of the teacher”; quest’ultimo si trova, quindi, a dover acquisire nuove competenze quali: “amplifying, curating, wayfinding and socially-driven sensemaking, aggregating, filtering, modeling, persistent presence”. Di seguito una video-intervista (in inglese) a Siemens sulla teoria del connettivismo.
venerdì 19 febbraio 2010
giovedì 18 febbraio 2010
Tecnologia buona, tecnologia cattiva
Il tema, ancora una volta, è controverso e opinabile. Tornando da Macerata con alcuni colleghi, abbiamo discusso la questione, partendo dalla parafrasi di un assunto di McLuhan sulla televisione, che è diventato: “non è la tecnologia a essere buona o cattiva ma è l'uso che se ne fa”. Si tratta, come è chiaro, di una posizione neutrale o meglio “non invasiva”, ma guardando la storia dell’uomo non è poi del tutto distante dalla verità. Alcuni esempi. I nostri antenati potevano usare lance e spade per cacciare, tagliare pietre e/o legno, ma anche per uccidere; la stampa è stata, forse, la più grande conquista dell’umanità, ma spesso è usata per distruggere, piuttosto che per costruire; i mass media permettono una partecipazione globale ai fatti della storia, ma sono anche lo strumento principale di cui i regimi dittatoriali o debolmente democratici si servono per plagiare le folle. E poi com’è comico l’atteggiamento di chi sentenzia: “Io leggo i libri e i giornali perché Internet non è affidabile”. Libri e giornali sono fatti di carta. Cos’è la carta se non un altro tipo di tecnologia? Anzi è la tecnologia che noi, “immigrati digitali”, conosciamo meglio in quanto siamo nati nella sua "era". Qualcuno, inoltre, potrebbe sottolineare come il profumo della carta stampata o del libro antico non siano paragonabili allo schermo di un PC. Vero, ma come contraddire un “nativo digitale” che, capovolgendo la questione, esprima la sua preferenza per le interfacce user-friendly e amichevoli dei social network? Un ulteriore interlocutore potrebbe, infine, far notare che, a volte, i nuovi strumenti di comunicazione possono ritorcersi contro di noi, come racconta un articolo di Repubblica. Il pezzo tratta del rischio di come l’abitudine a fornire informazioni su Twitter, anche sulla nostra posizione, per esempio il non essere in casa a una certa ora, possa dare la giusta imbeccata ai malintenzionati sul momento giusto in cui svaligiare le nostre abitazioni, come pare sia successo ad alcuni noti personaggi d’oltre oceano. Il termine tecnologia, quindi, è molto ampio e comprende tutti gli strumenti che gli uomini hanno usato e usano per migliorare la propria condizione e per modificare il mondo circostante. La mia opinione al riguardo è banale, ma mi sembra la più adatta per definire le tecnologie, soprattutto in campo educativo, e rimanda alla parafrasi dell’assunto di McLuhan. Da questo punto di vista, un mio collega ha giustamente sottolineato come si possa fare della cattiva didattica sia con sia senza le tecnologie. Non è importante, allora, il “giocattolo”, ma il valore aggiunto che questo riesce a fornire al processo educativo e il modo in cui l’insegnante lo integra nell'attività didattica quotidiana, nella sua continua ricerca di metodi e tecniche per migliorare i risultati della sua azione formatrice.
venerdì 12 febbraio 2010
Language Learning & Social Web (Web 2.0)
Un interessante video sul tema del social web e delle possibilità che esso offre per la didattica delle lingue straniere. Il filmato è una sintetica overview dei principali tool del web 2.0, per chi non sa cos'è e vuole cominciare a farsi un'idea.
sabato 6 febbraio 2010
Ancora sui social network
Facebook festeggia, in questi giorni, sei anni e 400 milioni di utenti e, per l’occasione, Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di novità sull’interfaccia del più popolare social network del mondo. Al di là delle considerazioni grafiche e di utility che si potranno fare, mi sono soffermato su una frase del suo fondatore: “in momenti di tragedie e di gioia, i cittadini del mondo vogliono connettersi e aiutarsi”. Parole sempre attuali e veritiere, anche alla luce dei numerosi sondaggi sul tema. Tra questi, ultimo solo in ordine di tempo, è lo studio presentato da Nielsen, uno degli osservatori internazionali più noti sulle tematiche del web, secondo cui il tempo pro capite trascorso, nel mondo, sui social network è aumentato dell'82% rispetto al mese di dicembre 2008 e, ovviamente, Facebook e Twitter fanno la parte del leone, mentre il “povero” MySpace continua a perdere colpi. Gli italiani, poi, oltre a essere un popolo di santi, navigatori, eroi, poeti, inventori, si rivelano anche un popolo di connessi poiché, sempre secondo questa indagine, trascorrono sei ore al mese collegati ai propri profili e si situano al quarto posto, preceduti da britannici, americani e australiani che, nonostante siano primi in classifica, passano appena 52 minuti in più di noi sulle web community (fonte: La Repubblica). Questi dati confermano che i network scompaginano il precedente confine tra comunicazione interpersonale e comunicazione di massa, tra quella pubblica e privata e che il livello di presenza sociale e di gratificazione online sono elevati e trasversali. Si sta, quindi, realizzando la società transnazionale prefigurata da Clifford Geertz nel 1999 e i media diventano sempre più non solo il canale, ma anche e soprattutto l’oggetto della comunicazione, stravolgendo i confini spaziali e temporali della nuova umanità che, libera da rigide convenzioni geografiche e culturali, si scompone e si ricompone seguendo direttrici legate a interessi comuni, passioni ed emozioni. Il mondo si va ridisegnando in maniera casuale e inconsapevole e i nostri ragazzi e noi stessi, è inutile negarlo, siamo parte di questo “nomadismo planetario digitale” che è la caratteristica principale della nostra società agli inizi del XXI secolo. Politici, famiglie, istituzioni, educatori e formatori devono saltare in fretta su questo immenso transatlantico in movimento continuo. Non c’è il rischio di perderlo perché torna sempre e ripassa ovunque, ma sarebbe un delitto ritardare e saltare alcune fermate per capire dove le generazioni che ci seguiranno hanno intenzione di approdare e, soprattutto, come ci approderanno continuando a muoversi, a sognare, a sperare, a innamorarsi e a fare amicizia a pochi metri dalla cucina di casa.
sabato 30 gennaio 2010
Usiamo davvero le tecnologie?
Nel lontano 1979 (uso la parola lontano, in quanto 31 anni sono molti in termini di evoluzione tecnologica e approcci didattici), Olson, nel saggio “Linguaggi, media e processi educativi”, sottolineava la necessità di un insegnamento-apprendimento multimediale. Dal suo punto di vista, i mezzi della comunicazione e dell’istruzione non sono vie opzionali per perseguire lo stesso scopo, ma vie ottimali per raggiungere scopi diversi. Nonostante i diversi lustri trascorsi, il suo pensiero mi sembra attuale nella didattica di qualunque disciplina e, soprattutto, per quanto riguarda le lingue straniere. In molti casi, le tecnologie e i computer sono entrati nelle scuole di ogni ordine e grado in maniera dirompente e gli insegnanti hanno dirottato nei laboratori molte delle attività ordinarie che si svolgevano in classe: dal gesso alla scrittura su schermo proiettata su un muro, dai quaderni ai singoli elaborati su file da parte degli allievi, dalle enciclopedie polverose delle biblioteche di istituto a Internet e/o Wikipedia et alii. Quindi, volendo parafrasare Olson, i computer sono diventati delle vie opzionali per raggiungere lo stesso scopo (perché mi devo imbrattare di gesso quando posso scrivere o far scrivere su una tastiera?). Ovviamente la colpa non è del tutto attribuibile agli insegnanti o ai ragazzi. Manca, infatti, nel nostro sistema di istruzione e formazione, una seria analisi sui presupposti pedagogici nell’utilizzo delle tecnologie come mezzi per raggiungere obiettivi educativi. La domanda o le domande che ci si deve porre non sono, a mio avviso, “Che cosa fa questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Che cosa posso fare con questa tecnologia o questo strumento?”, bensì “Che cosa (come) posso imparare / insegnare usando (con l’aiuto di) questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Come posso usare questa tecnologia o questo strumento per imparare / insegnare?”. Sembrano frasi banali, ma non lo sono. Un approccio di questo tipo capovolgerebbe completamente la prospettiva, ponendo la didattica e l’apprendimento in una posizione predominante, lasciando alle tecnologie il ruolo di facilitatori o catalizzatori. Anni fa le nostre scuole hanno ricevuto ingenti finanziamenti per attrezzare dei laboratori informatici e/o linguistici. Mi piacerebbe conoscere, oggi, la reale percezione che dirigenti scolastici, docenti, allievi, genitori, personale ATA hanno di questi strumenti. Li sentono integrati nella normale attività didattica quotidiana o sono solo degli “attrezzi” di svago e da utilizzare “per realizzare qualcosa da mostrare al sindaco o all’assessore di turno quando vengono a farsi un giro nella nostra scuola?”. Sto seguendo con interesse l’evolversi del Progetto Cl@assi 2.0, sperando che non si risolva in un ennesimo canale per “obbligare” le scuole a rinnovare il loro parco tecnologico, magari acquistando una o più lavagne interattive multimediali (LIM), con il rischio che il “giocattolo”, dopo l’entusiasmo iniziale, passi di moda e faccia la fine dei computer nei laboratori che, giorno dopo giorno, si ricoprono della polvere dell’indifferenza didattica. Olson, comunque, sosteneva anche che i mezzi della comunicazione e dell’istruzione si rapportano ad altrettanti modi di essere intelligenti: le diverse intelligenze (Gardner) possedute dall’individuo sono legate alle specifiche abilità richieste e prodotte dai singoli media, così come esistono diverse culture nelle diverse collettività umane a seconda dei media prevalenti utilizzati (fonte: Varisco, 2000). Anche questo mi pare un aspetto cruciale che merita di essere approfondito, poiché non va mai dimenticato che il fine dell’insegnamento non è stupire i ragazzi con effetti speciali (cito, impropriamente, lo slogan di una pubblicità cult dei mitici anni ‘80 del secolo scorso), quanto piuttosto quello di prepararli a un apprendimento permanente che non si esaurisce all’inizio del mese di giugno o dando le spalle al professore barbuto e alieno in un’aula universitaria dopo aver conquistato la sua agognata firma sul libretto, ma prosegue ogni momento, ogni giorno, ovunque.
mercoledì 13 gennaio 2010
Digital Natives vs Digital Immigrants
Il tema è noto ed è uno dei più interessanti, a mio avviso, per chi si occupa di formazione, a tutti i livelli, anche e forse soprattutto per chi opera nel campo della didattica delle lingue straniere. I termini della questione sono ormai ampiamente conosciuti: Marc Prensky, in un articolo del 2001, conia i termini “Digital Natives” (“Nativi Digitali”, d’ora in poi definiti “nativi”) e “Digital Immigrants” (“Immigrati Digitali”, d’ora in poi definiti “immigrati”), distinguendo tra i primi, nati dalla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 in poi, che hanno un rapporto con la tecnologia, di norma, più immediato e intuitivo di quello delle generazioni precedenti, e gli immigrati che hanno dovuto, o dovrebbero, imparare un nuovo linguaggio. I nativi nascono già interattivi, propensi all'ipertesualità e multitasking, capaci cioè di utilizzare vari mezzi passando, indifferentemente e con naturalezza, da uno all’altro. Tonino Cantelmi, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, in un’intervista al Corriere della Sera, spiega di aver esaminato un vasto campione di bambini, nati a partire dal 2002, concentrandosi sulle caratteristiche dei figli della “generazione di mezzo” e nipoti dei “predigitali”. E’ venuto fuori che “questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti saranno spesso uomini e donne incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle”. Appare evidente come le implicazioni di questo discorso in campo didattico siano enormi . In un dibattito dal titolo “Nativi digitali 2.0, la scuola li annoia”, tenutosi il 20 marzo 2009 presso la Fast di Milano, Paolo Ferri dell’Università Milano-Bicocca utilizza un efficace paragone per mostrare il suo punto di vista sui limiti della scuola di oggi: “Quando negli Anni Ottanta ci si recava nella Germania dell’Est, avevamo la sensazione di tornare indietro di trent’anni. È la stessa sensazione che hanno ogni giorno i nostri figli quando entrano a scuola. Noi abbiamo di Londra l’idea che ce ne ha dato per anni Sandro Paternostro. Loro passeggiano nelle sue strade senza esserci mai fisicamente stati. Noi incontravamo gli amici al bar, loro vanno su Facebook”. Durante lo stesso incontro, a proposito dei metodi di insegnamento più adatti, Gianni Degli Antoni dell’Università Statale di Milano, padre dell’informatica milanese, propone una soluzione e cioè: “Insegnare loro coinvolgendoli nel loro terreno. Inutile far loro comprare costosi volumi di Storia, ma bisogna far scrivere a loro stessi la Storia, sollecitandoli ad andare a trovare le fonti su Internet. Sbaglieranno anche, ma è l’unico modo per far loro costruire un pensiero critico”. Inoltre, è stato osservato (Kvavik, 2005) che i nativi, in quanto soggetti esperti o “nuovi saggi” (Prensky, 2009), usano le tecnologie di rete soprattutto per motivi privati, personali e sociali e che concentrano la loro attenzione sul processo e sui risultati dello scambio comunicativo, piuttosto che sulla precisione espressiva e linguistica. Di seguito accludo una slide riferita a un illuminante lavoro della ricercatrice canadese Diana Oblinger (fonte: “Eli” di Elisabetta Cigognini) che riporta una sintesi di alcuni dati sul rapporto tra giovani digitali e tecnologie, in particolar modo di rete.
Ancora, girovagando sulla rete e imbattendomi nella definizione di “Nativo Digitale” tratta dalla sezione italiana di Wikipedia, ho trovato il link del progetto “Digital Natives” condotto da un team di ricercatori provenienti dal “Berkman Center for Internet & Society” di Harvard e dal “Research Center for Information Law” dell’Università di San Gallo in Svizzera, il cui obiettivo è indagare e tentare di fornire delle chiavi interpretative e di supporto alle giovani generazioni durante la loro “crescita” nella società digitale e, di conseguenza, comprendere le dinamiche e le caratteristiche di cosa realmente significhi essere dei “nativi digitali”. Alla luce di quanto detto, mi sembra necessaria una riflessione che parta dal basso e cioè da tutti gli operatori della formazione, ma che arrivi in alto tra chi ha il compito istituzionale di programmare e pensare la scuola e la formazione del futuro. Non si contano, ormai, i progetti o le sperimentazioni sull’utilizzo delle tecnologie nell’istruzione, a tutti i livelli. Credo che sia arrivato il momento di cambiare metodo e approccio all’insegnamento, perché è l’apprendimento che lo richiede: bisogna integrare il mondo che i ragazzi vivono fuori dalle mura scolastiche in maniera definitiva all’interno dei curricoli. Un tempo vi erano i pallottolieri, poi sostituiti dalle calcolatrici, poi dai PC. E’ il caso che a scuola entrino i blog, i social network, non soltanto in termini di strumenti, ma soprattutto di filosofia e di pratica pedagogica nell’utilizzo degli stessi. E smettiamola, infine, di usare l’espressione “nuove tecnologie”. Saranno forse sempre nuove per noi immigrati, ma non certo per i nativi. Per loro non sono né migliori né peggiori, né nuove ne vecchie rispetto ad altre. Esistono, semplicemente, e non saprebbero immaginare un mondo senza di esse. La mia nipotina di due anni, Camilla, tratta l'iPhone del padre come se l'avesse sempre conosciuto. Le dita paffutelle si muovono con sicurezza e le basta scoprire una prima volta una funzionalità per ripeterla, successivamente, con precisione. Ecco, il futuro cammina più rapidamente delle parole e la piccola bambina viaggia a una velocità che a noi immigrati era sconosciuta alla sua età. Prima ce ne renderemo conto e meglio sarà per tutti. Mi sono dilungato un po’ troppo, ma si sarà capito che il tema mi appassiona molto, anche dal fatto che alcuni riferimenti all’argomento sono presenti fin dal primo post di questo blog. Concludo consigliando un interessante filmato di una delle trasmissioni di Current TV, in cui viene analizzato in maniera puntuale il rapporto tra i nativi digitali e i loro genitori, soprattutto in termini di modalità di comunicazione e apprendimento, con evidenti ricadute sul piano della didattica e della formazione (ho provato a inserire il filmato direttamente, ma impiega molto tempo per caricarsi, dura infatti circa 24 minuti. Per questo motivo ho inserito direttamente il link alla fonte web).
sabato 9 gennaio 2010
Potenza nella rete
Non c’è da preoccuparsi, non sono rimasto disorientato o tramortito dalle abbuffate natalizie. Il titolo di questo post ha due valenze. La prima si riferisce all’importanza che la città di Potenza o meglio che alcuni suoi abitanti hanno nella rete. Sì, proprio così. Mi riferisco a due personaggi che, per strade diverse, continuano a dare contributi alla rete e sulla rete. Si tratta di Giuseppe Granieri, potentino doc, di cui ho appena finito i libri (in rigoroso ordine di lettura da parte del sottoscritto: La società digitale, Blog generation e Umanità accresciuta), che con uno stile brillante e lineare ci aiuta a capire i mutamenti che le reti stanno apportando al nostro sistema sociale, economico e politico, con fondamentali risvolti su concetti quali la privacy, i diritti d’autore, la conoscenza, l’apprendimento, l’educazione e la democrazia. Lo troverete citato spesso in questo blog. L’altro personaggio, in realtà, non ha bisogno di grosse presentazioni, essendo lei una regina, pardon una Lady Oscar del web, e della cui amicizia mi fregio. Per quei pochi che ancora non la conoscono, sto parlando di Caterina Policaro, lei potentina d’adozione, ma calabrese di nascita. Si tratta di una delle cyberpersone più connesse e in connessione del XXI secolo, con occhi dappertutto e con una grande capacità di scovare e sintetizzare ciò che di più curioso e interessante produce il web. Non a caso numerosissime sono le sue apparizioni praticamente ovunque (“una, nessuna, centomila...” si legge sul suo blog), con puntatine anche nei canali informativi “tradizionali” (il “Corriere della Sera” e il “TG1” su tutti). L’altra valenza, invece, è più metaforica e prende le mosse da due ricerche, i cui risultati ho avuto modo di consultare recentemente, sulla “potenza” che è insita nella rete e nel continuo comporsi e ricomporsi dei rapporti sociali al suo interno. La prima, in ordine di consultazione, è quella condotta, su circa 3000 cittadini americani, dalla Pew Internet & American Life Project, una società no profit e apartitica che fornisce informazioni sulle attitudini e i trend negli Stati Uniti e nel resto del mondo, secondo cui chi frequenta social network, blog o usa il cellulare ha più opportunità di stringere relazioni, ampliare i propri orizzonti e abbattere barriere geografiche e razziali. Un altro dato interessante della ricerca è che chi si serve di Internet, lo fa indifferentemente sia per incoraggiare relazioni con persone che vivono a grande distanza che per mantenere i contatti locali (titolo della ricerca: “Social Isolation and New Technology”, novembre 2009). La seconda è stata condotta da alcuni ricercatori, per conto della società Swg, su un campione di oltre 1300 net surfers, da cui si evince che “molti italiani under 50 evadono l’isolamento storico prodotto dal lavoro contemporaneo e dalla televisione e passano ore della propria giornata in continua comunicazione digitale con i propri amici. Una parte considerevole di questa popolazione online sta inoltre sfruttando i social network per ripensare la propria posizione professionale nella propria città e nel resto d’Italia, dare slancio alla propria passione politica e, in altri casi, trovare nuovi amici e cose da fare nel luogo dove vivono”. Tra i dati interessanti emersi dalla ricerca, vi è sicuramente la reinterpretazione del concetto classico di sito web, poiché i social network sono ormai diventati delle daily application, presenti in modo costante nella vita quotidiana degli utenti (il 50% del campione intervistato ha, infatti, dichiarato di “essere connesso alla rete praticamente sempre o, meglio, appena possibile”). Tra i social network, Facebook non è considerato uno strumento volto soltanto ad allargare la cerchia di amicizie, ma anche a consolidare la sfera di conoscenze attuale e a recuperare “quei contatti persi o dimenticati nel percorso delle vite di ciascuno”. Questo dato fa emergere interessanti analogie con i risultati dell’indagine americana e che necessitano di essere approfondite. Infine, tre sono le parole chiave del nuovo sistema di interazioni sociali online e cioè: “aggiornamento”, “gestione” e “condivisione”, per quest’ultima risulta emblematico come l’85% degli intervistati (giovani in gran parte) abbia dichiarato che “l’uso di Facebook è volto soprattutto all’acquisizione e allo scambio di informazioni” (titolo della ricerca: “I cambiamenti promossi dai social network nelle città italiane”, ottobre 2009).
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