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giovedì 17 marzo 2011

Back again: riflessioni varie

Riemergo dal mio semi-letargo digitale. Gli ultimi mesi sono stati molto intensi e hanno, di fatto, cambiato radicalmente la mia vita e quella della mia famiglia. Prima i lavori in casa, poi la corsa per ultimare la Tesi di Dottorato entro la scadenza e, soprattutto, la nascita della mia primogenita Francesca Pia, il 31 gennaio 2011. In questo momento, mentre scrivo per il blog, con la mano sinistra (a fatica) digito sulla tastiera, mentre con la destra la cullo, tentando di farla addormentare: il digitale si interseca con il quotidiano. Lo spunto per questo post mi è venuto leggendo un articolo della sezione Basilicata dell'edizione cartacea del quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno", di sabato 12 marzo. Il pezzo riporta la presentazione dei risultati dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani", a cura della "Società Italiana di Pediatria", tenutasi presso l'Istituto Comprensivo "Sinisgalli" di Potenza (il raffronto tra dati nazionali e dati potentini è sul sito dell'Istituto). Lo studio è stato effettuato tra settembre e ottobre 2010, coinvolgendo un campione nazionale di circa 1300 studenti delle scuole medie inferiori, di età compresa tra i 12 e i 14 anni e somministrando loro un questionario durante l'orario scolastico. Tra le sezioni individuate, una è dedicata a "TV, Internet, videogiochi, cellulare". I dati fanno emergere un sostanziale "superamento" dell'utilizzo di Internet, rispetto alla televisione, per tempi inferiori a un'ora e superiori alle tre al giorno; durante i pasti principali e dopo cena la televisione la fa ancora da padrone, mentre di pomeriggio è altissima la percentuale dei ragazzi che usano della Rete. A Potenza, il 71,6% degli intervistati ha dichiarato di avere un profilo su Facebook (la percentuale nazionale si attesta al 67,1); molto alte, in tutta Italia così come nel capoluogo lucano, sono le percentuali legate ai servizi usufruiti online, quali "YouTube", "scaricare e condividere musica, immagini, video", "utilizzare Facebook, Twitter, ecc". E', inoltre, interessante il dato relativo a "cercare informazioni": i potentini si attestano al 72,8%, percentuale superiore alla media nazionale pari al 67,5%. Oltre a considerare questa indagine come un ulteriore ennesimo tassello da inserire nella vasta discussione sulla net generation, con tutte le varianti connesse di millennials, digital natives, ecc. (una buona sintesi è nell'articolo "The 'Net Generation' and the myth of research", segnalato, via Facebook, da Antonio Fini), è apprezzabile l'idea di utilizzare una scuola, alla presenza di insegnanti, genitori e studenti, per la presentazione dei dati di una ricerca di questo tipo, soprattutto per il dibattito che ne è poi scaturito. E' giusto coinvolgere tutti gli attori evitando, però, di cadere nell'errore di lanciarsi in facili generalizzazioni, magari senza aver mai toccato con mano le reali implicazioni della questione. Se da un lato, infatti, la Preside dell'Istituto ha affermato che "non si possono distogliere i ragazzi da Internet, ma guidarli a un uso consapevole e misurato", dall'altro gli interventi di alcuni genitori e dello stesso Dirigente Scolastico evidenziano ancora molte paure, dubbi e incertezze: in buona sostanza prevalgono gli aspetti "negativi", o presunti tali, rispetto agli innumerevoli vantaggi e possibilità, anche e soprattutto in termini educativi, che la Rete offre. La strada da seguire, comunque, è questa. Durante la ricerca di Dottorato, mi sono imbattuto in una forte esigenza, o meglio in un disperato bisogno, da parte dei docenti, di formazione specifica e non solo tecnologica, ma essenzialmente "tecno-pedagogica". Affiancare alle oramai innumerevoli ricerche legate ai ragazzi, al loro punto di vista, al loro "mondo" e alle loro "usanze" anche la "visuale" dei genitori e degli insegnanti, significa andare verso una cultura della condivisione degli obiettivi e delle aspettative di tutte le componenti del "sistema". Gli insegnanti devono essere maggiormente coinvolti, recuperando l'enorme bagaglio di esperienze sul campo da integrare con le potenzialità delle tecnologie di rete. Imporre dall'alto una serie di pratiche educative (si veda la "questione LIM"), una formazione solo tecnologica ("come si usa", "cosa fa", "funzioni e comandi" e così via), organizzare corsi e conferenze con esperti, ecc., sembra essere non più sufficiente. Soprattutto per bocca dei diretti interessati. Una parte cospicua dei docenti da me intervistati conosce i social media, o almeno ne ha sentito parlare. Al contrario, le domande che molti di loro si pongono sono del tipo: Come integro questi tool nella didattica d'aula? Come faccio a migliorare la mia progettazione educativa con l'ausilio delle tecnologie di rete? Cosa posso insegnare attraverso tali strumenti? E' tempo di operare una sorta di "controrivoluzione copernicana". Questo non significa riportare l'insegnante al centro del sistema, ma ripartire proprio da una ridefinizione del ruolo e delle competenze dei docenti per sfruttare tutte le potenzialità educative insite nelle tecnologie di rete.  

E ora alcune segnalazioni:

- l'elenco delle pubblicazioni di Jane Hart, "My guides to using social media", fornisce una serie di spunti interessanti per un utilizzo pratico delle tecnologie digitali e di rete nella didattica;
- l'ultimo numero di Form@re, dedicato al microblogging e ad alcune esperienze europee sull'uso didattico dei social network;
- un elenco di attività per potenziare le abilità legate alla comprensione e produzione orale e alla produzione scritta in lingua straniera, utilizzando una serie di web tool (dal blog di Ana Maria Menez).

Infine, embedo l'ultimo video di Michael Wesch, in cui il ricercatore rielabora e attualizza alcuni dei temi da lui trattati nei suoi precedenti lavori.


giovedì 12 agosto 2010

Il fattore “P”

Dove la “P” sta per pigrizia intellettuale, direttamente proporzionale alla diffusione del fattore “G”, il fattore “Google”. Se ne discute su vari blog da tempo, ma adesso che anche un giornale di elevato spessore e caratura se ne è occupato, speriamo che l’attenzione continui a salire su su fino alle sfere istituzionali. E già, perché l’articolo in questione ha un titolo cristallino “G-dipendenti e copioni. Bocciati i giovani sul web” e prende le mosse da uno studio (Trust Online: Young Adults' Evaluation of Web Content) di alcuni ricercatori della Northwestern University di Chicago, pubblicato sulla rivista International Journal of Communication” (Vol 4 2010). La ricerca ha interessato circa un migliaio di giovani americani tra i 18 e i 20 anni e ha messo in luce alcune “inquietanti” tendenze (così vengono definite dall’articolista) che, in breve, possono essere così riassunte: la rete è lo strumento maggiormente utilizzato per le ricerche; l’attendibilità di quanto trovato e delle fonti non è una questione avvertita come necessaria; i motori di ricerca sono assurti a dispensatori di verità assolute e indiscutibili; scarsa conoscenza dei principi regolatori degli algoritmi di ricerca (PageRank di Google, per esempio, che indicizza i siti in base ai collegamenti con altri indirizzi IP); affidamento immediato sul primo risultato, in ordine di apparizione, sulla pagina del motore di ricerca utilizzato; scarsa capacità di discernere tra pubblicità e link in primo piano; indifferenza verso gli autori dei materiali reperiti online; maglie larghe nei confronti del “cut & paste” selvaggio, effettuato con disinvoltura. Da quanto appena scritto, si capisce come siamo di fronte a un bel “fritto misto”, un insieme delle abitudini più “scorrette” da un punto di vista di etica online o netiquette della ricerca. Partendo dal problema del “copia e incolla”, non mi soffermerei solo sulla “seria violazione delle regole scolastiche”, come scritto nell’articolo. Anzi, direi, che a cascata tale questione si porta dietro le altre e il titolo del post. Andare alla ricerca delle fonti, capire se quanto trovato è di qualità oppure no, verificare, approfondire non deve essere concepita come una pratica da “secchioni” (come per es. non fermarsi mai alla prima definizione o traduzione reperita su un vocabolario italiano o di lingua straniera). Dovrebbe essere la normale prassi che motiva e stimola la curiosità intellettuale. Aspetto questo che ha fatto dell’homo sapiens sapiens ciò che è oggi (con tutte le inevitabili eccezioni, ovviamente). Nell’articolo è scritto che “in tanti si affidano acriticamente ai grandi marchi e a rotte di navigazione già percorse, rinunciando al brivido della scoperta a vantaggio della pigrizia mentale” (è chiaro come lo spunto per il titolo del post sia venuto da quest’ultima espressione). Come non essere d’accordo. Su vari blog, compreso questo, si è spesso dibattuto della necessità di un uso consapevole della tecnologia e dei mezzi offerti dalla rete. Il problema è sempre lì: i nativi digitali hanno fra le mani strumenti preziosi, ma di cui conoscono o hanno imparato a conoscere solo una piccolissima parte. Gli immigrati digitali se da un lato hanno sempre il fiato grosso per stare dietro al vorticoso correre della net generation, dall’altro hanno il background culturale per vedere oltre la tecnologia e ravvisare le potenzialità degli artefatti tecnologici che repentinamente si trasformano attorno a noi. La pigrizia però non è solo dei nativi, ma anche degli immigrati. Troppo scomodo provare, sperimentare e rimettersi in discussione. Speriamo solo che l’articolo di Repubblica non diventi la solita arma a doppio taglio, per i pigri, per affettare e impacchettare il futuro. Un’ultima chiosa sul concetto di diritti d’autore. In un altro post ho argomentato sulla necessità della “conoscenza come bene comune” e mi sento di affermare che, sulla questione dei “diritti d’autore” o del “copyright”, non condivido posizioni catastrofiche, censorie o millenariste. Michael Wesch, nel suo video “The machine is us” ci suggerisce di rivedere e ripensare alcuni concetti quali “copyright, identità, etica, estetica, retorica, governo, privacy, commercio, amore, famiglia, noi stessi”. Sono sempre più d’accordo con lui e continuerò a supportare e difendere il motto “libera conoscenza in libero mondo” perché, come dicono Charlotte Hess e Elinor Ostrom nell’introduzione al loro libro, “la conoscenza genera vantaggi per tutti nella misura in cui l’accesso a tale patrimonio sia aperto a tutti”. Dimenticavo. L’indagine della Northwestern University si riferisce a giovani americani. Domanda: ma siamo sicuri che, in Italia, le cose stiano diversamente? Da quello che vedo e sento una risposta, forse, l’ho già in mente.

sabato 3 aprile 2010

Un altro report sulle abitudini dei nativi digitali

La presenza sociale dei nativi digitali sui network (Facebook, Twitter, ecc.) è massiccia ovunque nel mondo, anche a discapito di forme di social media radicate e diffuse quali i blog. Alle indagini citate nei post precedenti, aggiungo un’altra della Pew Internet & American Life Project intitolata: Social Media and Young Adults, parte di una serie di report finalizzati a identificare le attitudini e i comportamenti della cosiddetta “Millennial generation” (Millennials. A portrait of generation next). L’indagine delinea una società (quella americana) in cui l’utilizzo dei blog tende a scemare nelle giovani generazioni (e non per gli adulti), a scapito di tipologie di microblogging che contemplano l’aggiornamento continuo dei propri status online. La presenza sui social network è aumentata considerevolmente per tutte le fasce di età: maggiormente per gli adolescenti (73%) rispetto agli adulti (43%). Facebook rimane, comunque, lo strumento più utilizzato. Quest’ultimo dato è confermato anche dalle informazioni presenti nell’infografica postata in All Facebook (via Catepol). Il popolare social network è passato da un milione di membri attivi nel 2004 a 400 milioni nel 2010, con l’Italia che si piazza al sesto posto tra i primi 10 paesi con il maggior numero di utenti (quasi 15 milioni). Il dato più significativo, a mio avviso, è quello relativo al numero di micro-contenuti (foto, video, link, post dai blog, ecc.) inseriti ogni mese, che è pari a 5 miliardi. Ciò significa un’impressionante e incontrollabile mole di informazioni scambiate tra gli utenti, con il rischio concreto di un “soffocamento informativo”. E’ questo forse il più grande quesito che la società e i sistemi educativi contemporanei si trovano ad affrontare. Nel XXI secolo tutti abbiamo a disposizione molteplici modalità e canali di accesso alle informazioni e, di conseguenza, la sfida maggiore è trovare i mezzi più efficaci per districarci tra link, rimandi, citazioni, post, ecc., e recuperare conoscenza utile al nostro percorso formativo (ormai è indiscutibile che l’apprendimento permanente sia parte vitale e imprescindibile della nostra esistenza). Il compito degli educatori è, poi, ancora più complesso, perché implica un secondo livello di analisi e cioè come guidare le giovani generazioni in questo oceano. Le istituzioni sono chiamate a confrontarsi al più presto con tale problematica e ogni giorno di ritardo è quantomeno deleterio per l’identificazione di buone prassi da esportare nel nostro sistema educativo, ormai obsoleto e non connesso.

sabato 6 febbraio 2010

Ancora sui social network

Facebook festeggia, in questi giorni, sei anni e 400 milioni di utenti e, per l’occasione, Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di novità sull’interfaccia del più popolare social network del mondo. Al di là delle considerazioni grafiche e di utility che si potranno fare, mi sono soffermato su una frase del suo fondatore: “in momenti di tragedie e di gioia, i cittadini del mondo vogliono connettersi e aiutarsi”. Parole sempre attuali e veritiere, anche alla luce dei numerosi sondaggi sul tema. Tra questi, ultimo solo in ordine di tempo, è lo studio presentato da Nielsen, uno degli osservatori internazionali più noti sulle tematiche del web, secondo cui il tempo pro capite trascorso, nel mondo, sui social network è aumentato dell'82% rispetto al mese di dicembre 2008 e, ovviamente, Facebook e Twitter fanno la parte del leone, mentre il “povero” MySpace continua a perdere colpi. Gli italiani, poi, oltre a essere un popolo di santi, navigatori, eroi, poeti, inventori, si rivelano anche un popolo di connessi poiché, sempre secondo questa indagine, trascorrono sei ore al mese collegati ai propri profili e si situano al quarto posto, preceduti da britannici, americani e australiani che, nonostante siano primi in classifica, passano appena 52 minuti in più di noi sulle web community (fonte: La Repubblica). Questi dati confermano che i network scompaginano il precedente confine tra comunicazione interpersonale e comunicazione di massa, tra quella pubblica e privata e che il livello di presenza sociale e di gratificazione online sono elevati e trasversali. Si sta, quindi, realizzando la società transnazionale prefigurata da Clifford Geertz nel 1999 e i media diventano sempre più non solo il canale, ma anche e soprattutto l’oggetto della comunicazione, stravolgendo i confini spaziali e temporali della nuova umanità che, libera da rigide convenzioni geografiche e culturali, si scompone e si ricompone seguendo direttrici legate a interessi comuni, passioni ed emozioni. Il mondo si va ridisegnando in maniera casuale e inconsapevole e i nostri ragazzi e noi stessi, è inutile negarlo, siamo parte di questo “nomadismo planetario digitale” che è la caratteristica principale della nostra società agli inizi del XXI secolo. Politici, famiglie, istituzioni, educatori e formatori devono saltare in fretta su questo immenso transatlantico in movimento continuo. Non c’è il rischio di perderlo perché torna sempre e ripassa ovunque, ma sarebbe un delitto ritardare e saltare alcune fermate per capire dove le generazioni che ci seguiranno hanno intenzione di approdare e, soprattutto, come ci approderanno continuando a muoversi, a sognare, a sperare, a innamorarsi e a fare amicizia a pochi metri dalla cucina di casa.

sabato 9 gennaio 2010

Potenza nella rete

Non c’è da preoccuparsi, non sono rimasto disorientato o tramortito dalle abbuffate natalizie. Il titolo di questo post ha due valenze. La prima si riferisce all’importanza che la città di Potenza o meglio che alcuni suoi abitanti hanno nella rete. Sì, proprio così. Mi riferisco a due personaggi che, per strade diverse, continuano a dare contributi alla rete e sulla rete. Si tratta di Giuseppe Granieri, potentino doc, di cui ho appena finito i libri (in rigoroso ordine di lettura da parte del sottoscritto: La società digitale, Blog generation e Umanità accresciuta), che con uno stile brillante e lineare ci aiuta a capire i mutamenti che le reti stanno apportando al nostro sistema sociale, economico e politico, con fondamentali risvolti su concetti quali la privacy, i diritti d’autore, la conoscenza, l’apprendimento, l’educazione e la democrazia. Lo troverete citato spesso in questo blog. L’altro personaggio, in realtà, non ha bisogno di grosse presentazioni, essendo lei una regina, pardon una Lady Oscar del web, e della cui amicizia mi fregio. Per quei pochi che ancora non la conoscono, sto parlando di Caterina Policaro, lei potentina d’adozione, ma calabrese di nascita. Si tratta di una delle cyberpersone più connesse e in connessione del XXI secolo, con occhi dappertutto e con una grande capacità di scovare e sintetizzare ciò che di più curioso e interessante produce il web. Non a caso numerosissime sono le sue apparizioni praticamente ovunque (“una, nessuna, centomila...” si legge sul suo blog), con puntatine anche nei canali informativi “tradizionali” (il “Corriere della Sera” e il “TG1” su tutti). L’altra valenza, invece, è più metaforica e prende le mosse da due ricerche, i cui risultati ho avuto modo di consultare recentemente, sulla “potenza” che è insita nella rete e nel continuo comporsi e ricomporsi dei rapporti sociali al suo interno. La prima, in ordine di consultazione, è quella condotta, su circa 3000 cittadini americani, dalla Pew Internet & American Life Project, una società no profit e apartitica che fornisce informazioni sulle attitudini e i trend negli Stati Uniti e nel resto del mondo, secondo cui chi frequenta social network, blog o usa il cellulare ha più opportunità di stringere relazioni, ampliare i propri orizzonti e abbattere barriere geografiche e razziali. Un altro dato interessante della ricerca è che chi si serve di Internet, lo fa indifferentemente sia per incoraggiare relazioni con persone che vivono a grande distanza che per mantenere i contatti locali (titolo della ricerca: “Social Isolation and New Technology”, novembre 2009). La seconda è stata condotta da alcuni ricercatori, per conto della società Swg, su un campione di oltre 1300 net surfers, da cui si evince che “molti italiani under 50 evadono l’isolamento storico prodotto dal lavoro contemporaneo e dalla televisione e passano ore della propria giornata in continua comunicazione digitale con i propri amici. Una parte considerevole di questa popolazione online sta inoltre sfruttando i social network per ripensare la propria posizione professionale nella propria città e nel resto d’Italia, dare slancio alla propria passione politica e, in altri casi, trovare nuovi amici e cose da fare nel luogo dove vivono”. Tra i dati interessanti emersi dalla ricerca, vi è sicuramente la reinterpretazione del concetto classico di sito web, poiché i social network sono ormai diventati delle daily application, presenti in modo costante nella vita quotidiana degli utenti (il 50% del campione intervistato ha, infatti, dichiarato di “essere connesso alla rete praticamente sempre o, meglio, appena possibile”). Tra i social network, Facebook non è considerato uno strumento volto soltanto ad allargare la cerchia di amicizie, ma anche a consolidare la sfera di conoscenze attuale e a recuperare “quei contatti persi o dimenticati nel percorso delle vite di ciascuno”. Questo dato fa emergere interessanti analogie con i risultati dell’indagine americana e che necessitano di essere approfondite. Infine, tre sono le parole chiave del nuovo sistema di interazioni sociali online e cioè: “aggiornamento”, “gestione” e “condivisione”, per quest’ultima risulta emblematico come l’85% degli intervistati (giovani in gran parte) abbia dichiarato che “l’uso di Facebook è volto soprattutto all’acquisizione e allo scambio di informazioni” (titolo della ricerca: “I cambiamenti promossi dai social network nelle città italiane”, ottobre 2009).