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venerdì 25 maggio 2012

Tecnologie e didattica delle lingue

Ho appena finito di leggere un buon libro, di cui ho dato conto in un post precedente. Il testo si intitola "Tecnologie e didattica delle lingue. Teorie, risorse, sperimentazioni", a cura di Fabio Caon e Graziano Serragiotto, Torino, UTET Università, 2012. Il volume, come si legge nella prefazione, ha un'appendice online, nelle sezioni "Itals" e "Ladils" del portale del "Centro di Didattica delle Lingue" dell'Università Ca' Foscari di Venezia, per aggiornamenti, esemplificazioni e materiali integrativi. Il saggio, sebbene abbia i connotati e i contenuti del classico lavoro di stampo accademico, è una buona guida, abbastanza completa sulla materia. Le sezioni sono tre: "Coordinate teoriche", con una serie di contributi sul rapporto tra glottodidattica e tecnologie, oltre ad analisi degli aspetti neuroscentifici e al ruolo dei docenti in questo contesto, sia come fruitori (formazione e aggiornamento professionale), sia come utilizzatori/facilitatori; "Risorse e strumenti", con una rassegna dei principali "nuovi attrezzi" a disposizione del docente di lingue, tra cui LIM, i tablet, il rapporto tra CLIL e YouTube, l'e-tandem come ambiente per la comunicazione in LS, materiali e applicativi web per la didattica; "Sperimentazioni", che contiene tre esempi di progetti ben articolati sul tema. E' una lettura molto interessante e la consiglio a chi ha voglia di approfondire il rapporto tra glottodidattica e tecnologie educative.

Riporto, poi, due iniziative: una dell'Ue per insegnare Internet ai bambini ed educarli a un uso consapevole della Rete  (speriamo che dalle belle parole si passi ai fatti, soprattutto nell'applicazione di questi princìpi negli Stati Membri e, nello specifico, in Italia); l'altra chiamata "BilFam. Let's become a bilingual family", sperimentazione curata dall'Università "La Sapienza" a cui partecipano 125 nuclei familiari, da 5 diversi paesi (qui il sito dedicato) che "utilizza un modello già sperimentato con successo in 120 scuole dell'infanzia e primarie, adattandolo al contesto familiare"; l'obiettivo è coinvolgendo le famiglie  per imparare almeno un'altra lingua oltre alla materna, fondando il processo di apprendimento sulla dimensione domestica e quotidiana.

E ora il consueto spazio delle segnalazioni riferite alle settimane successive l'ultimo post:

- il numero 78 (marzo/aprile) di Form@re che affronta un tema cruciale in fatto di tecnologie didattiche, in questo caso legato alle LIM, e cioè la questione della reale l'efficacia di tale strumento per migliorare la qualità dell'apprendimento e, collegato a questo, l'articolo del corriere su una ricerca condotta da GfK Eurisko per l’editore Pearson Italia sugli effetti positivi della LIM sull'apprendimento (indagine condotta su un campione di docenti intervistati);

- il canale YouTube, Shakespeare Animated, con 12 opere del drammaturgo inglese sotto forma di cartone animato e sottotitolate (da andare a sbirciare assolutamente, in basso embedo il primo dei tre video di "Macbeth", la mia preferita);

- il solito stimolante post di Gianni Marconato dal titolo "La grande sfida della didattica: motivare i ragazzi";

- il lavoro realizzato da parte del curatore dell'ottimo blog "Free technolgy for teachers", dal titolo "Google Drive and Documents for teachers", con una serie di interessanti spunti per le attività in classe;

- il resoconto di un esperimento realizzato a Pesaro presso la Scuola Materna “Missionarie Della Fanciulezza”, per l’utilizzo dell’iPad per insegnare l’inglese ai bambini dai 3 ai 6 anni;

- un post apparentemente provocatorio, ma molto ricco di sostanza di Mario Rotta, dal titolo "La nausea sociale", sui rischi legati a un overload, si potrebbe dire, di social media;

- tramite Webeconoscenza, l'illuminante, sintetico e very anglosaxon "Government Digital Service Design Principles", da parte del governo di Sua Maestà (UK), di cui riporto l'elenco tanto per avere un'idea di cosa si tratta: "Start with needs; Do less; Design with data; Do the hard work to make it simple; Iterate. Then iterate again; Build for inclusion; Understand context; Build digital services, not websites; Be consistent, not uniform; Make things open: it makes things better";

- gli atti dell'VIII Congresso SIEL (2011), dal titolo "Connessi! Scenari di innovazione nella fromazione e nella comunicazione".

venerdì 30 marzo 2012

Toolbox - Weebly for education

Benvenuti.

Inauguro il "nuovo" blog con un "servizo" che prende spunto da un lavoro svolto per la tesi. Si tratta di toolbox, letteralmente "cassetta degli attrezzi". Durante i tre anni di dottorato, ho spulciato qua e là, utilizzando svariate fonti, molti “web-based tool” (utilizzabili tramite il solo “browser” senza l’installazione di alcun software), scelti, visionati e testati, ed essenzialmente free o, al massimo, con alcuni servizi potenziati a pagamento che, però, non vanno a incidere in maniera considerevole su quelli di base. Questi strumenti sono stati analizzati per essere applicati nel campo della didattica delle lingue, al fine di ampliare le possibili opzioni operative a disposizione del docente.

Per ogni tool, predisporrò una scheda che conterrà:
  • una breve descrizione dello strumento con le potenzialità didattiche;
  • la/e skill linguistica/e che per il cui potenziamento può essere utilizzato;
  • l'ordine di scuola in cui può essere più utile.

Non verranno presi in considerazione servizi come quelli di Blogger, Delicious, Flickr, Google, Facebook, Scribd, Slideshare, Twitter, Wikipedia, Wordpress, YouTube, ecc.; insomma i più conosciuti, in quanto su di essi esiste una vasta letteratura su sperimentazioni, progetti, suggerimenti, e così via. L'attenzione verterà su tool meno diffusi, ma altrettanto innovativi e interessanti, anche per le attività che possono facilitare in "appoggio", in alcuni casi, ai più "blasonati".

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Per questo primo post, il tool presentato è: "Weebly for education"

  • Descrizione: Creare siti web e gestire un ambiente educativo di classe
  • Skill: comprensione e produzione orale, comprensione e produzione scritta
  • Ordine di scuola: scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado

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E ora alcune Segnalazioni:

- esempi di scuola virtuosa in "L'innovazione sale in cattedra" e, via Catepol, i 4 progetti italiani premiati per l'e-twinning, tra cui il Liceo Classico "E. Duni" di Matera con il progetto "A taste of Maths", di Maria Teresa Asprella (bravi!!!); 

- un interessante articolo da "Education 2.0" dal titolo: "Podcasting e apprendimento delle lingue straniere";

- il lavoro di Gianni Marconato, "Usare Moodle. Manuale di didattica";

- 5 modi per usare la tecnologia wiki nella didattica.

Chiudo con un bel video, che ho trovato grazie a Webeconoscenza, su una buona pratica di digital literacy: How to use Twitter.



mercoledì 7 marzo 2012

Il miracolo delle tecnologie


Sono stati giorni molto ricchi di spunti e di riflessioni e poiché, come sapete, ho l'abitudine di scrivere solo se e quando ne sento il bisogno, avendone adesso una impellente necessità (anche far tacere i vari campanelli che trillano in testa), raccomando ai pazienti lettori di armarsi di un'ulteriore buona predisposizione d'animo, in quanto il post è lungo e si conclude con una serie di appunti e segnalazioni.

Il miracolo parte dai ragionamenti sul rapporto tra tecnologie e didattica/appendimento che iniziano a travalicare i confini dei tecnici e dei ricercatori, attirando l'attenzione dei media in generale, anche se con deviazioni un pò grossolane e semplicistiche. Ma va bene così. L'importante è aumentare il volume della discussione. Gli strumenti cambiano e si evolvono rapidamente. E' ancora aperto il dibattito sul social web in generale e, da poco tempo, sugli smartphone, che un altro device si profila all'orizzonte: i tablet. Un'interessante panoramica / riflessione è offerta da una video-intervista di Mario Riotta. Il ricercatore sostiene, a ragione, che il rischio è di utilizzare questi dispositivi in maniera anche molto tradizionale (classici tool per la visualizzazione di contenuti strutturati e statici). In tal caso, non serve investire tante risorse da parte delle istituzioni educative e formative (la spesa è comunque rilevante anche se si vuole far lavorare due utenti per tablet), allora tanto vale non utilizzarli. Se, invece, si vuole produrre un impatto metodologico significativo, bisogna introdurre questi dispositivi (riflessione che, ovviamente, si estende a tutti, e cioè i PC, i notebook, le LIM, gli smartphone, le applicazioni del social web, ecc.) in maniera contestuale per generare cambiamenti nel modo di fare scuola/formazione, nell'organizzazione della scuola/formazione stessa e della didattica in generale, nel modo in cui lo studente studia, nel modo in cui l'insegnante insegna e nei modi in cui studente e insegnante interagiscono tra loro. In linea potenziale, questi cambiamenti potrebbero, poi, produrre un impatto epistemologico, portando a forme di apprendimento (che Riotta definisce, utilizzando un'espressione molto azzeccata, "cloud learning") basate su mobilità, integrazione, sincronizzazione tra risorse e utenti. Ciò potrebbe (si spera) mettere in crisi il sistema consolidato attualmente in vigore nell'istruzione e nella formazione, per impostare una nuova metodologia a tutto tondo. Numerose sono le ricerche (compresa quella di Riotta in una scuola di Bergamo) che mirano a verificare se l'utilizzo contestuale di tali dispositivi e applicazioni possa comportare un impatto cognitivo significativo, permettendo l'acquisizione di competenze di livello qualitativo migliore rispetto alla "didattica tradizionale". E' certo che il dispositivo in sé non agevola una buona didattica. Sono altri gli elementi ad apportare benefici nelle modalità in cui dispositivi, persone e contesto (la quotidianità di fare scuola) entrano in relazione tra loro. L'obiettivo più cogente, comunque, è introdurre e diffondere un nuovo modo di apprendere: superare i concetti di scuola e formazione collocate in un tempo e in uno spazio rigorosi e delimitati ed entrare in un'ottica di mobilità e di permenenza in rete per tutto l'arco della vita (una formazione continua senza pareti).

E qui veniamo a un aspetto che mi sta molto a cuore e cioè il superamento dell'annosa dicotomia tra "nativi digitali" e "immigrati digitali". Un primo passo è quello di accettare, come esposto da Gianni Marconato in un suo post, l'esistenza di una decima intelligenza, ulteriore rispetto alle nove individuate da Gardner, caratterizzata da una serie di abilità differenti, tra cui gestire le opzioni di scelta (su Internet o verso una qualunque navigazione di tipo ipertestuale), applicare il multitasking, selezionare e connettere logicamente le informazioni per creare nuova conoscenza, ecc. Da qui, il passaggio al concetto di "digital wisdom", introdotto dallo stesso Prensky per annullare il gap generazionale, è immediato. La saggezza digitale è quell'insieme di competenze che permette a un utente, giovane o anziano, di usare le tecnologie in modo consapevole, presupponendo una serie di abilità che, è bene tenerlo presente, non sono immediate, nella loro "attuazione consapevole", da parte dei "nativi digitali": navigare all'interno dei network, condividere conoscenza in un ampio sistema di intelligenza collettiva, negoziare concetti e la propria presenza in rete, gestire nuovi modi e ritmi di comunicazione, gestire i maggiori livelli di autonomia (soprattutto nello studio e nell'apprendimento), gestire le informazioni, discernendo le fonti.

A tal proposito, i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori della NorthWestern University di Chicago (“Trust online: young adults’ evaluation of Web Content”) che ha interessato circa un migliaio di giovani americani tra i 18 e i 20 anni, hanno messo in evidenza alcune tendenze da non sottovalutare nel rapporto tra conoscenza, Internet e "nativi digitali": la rete è lo strumento maggiormente utilizzato per le ricerche; l’attendibilità di quanto trovato e delle fonti non è una questione avvertita come necessaria; i motori di ricerca sono visti come dispensatori di verità assolute e indiscutibili; scarsa conoscenza dei principi regolatori degli algoritmi di ricerca; affidamento immediato sul primo risultato, in ordine di apparizione, sulla pagina del motore di ricerca utilizzato; scarsa capacità di discernere tra pubblicità e link in primo piano; indifferenza verso gli autori dei materiali reperiti online; maglie larghe nei confronti del “cut and paste” selvaggio, effettuato con disinvoltura. Ragion per cui, facendo ammenda anche io stesso, non voglio più sentire parlare né di "nativi digitali", né di "immigrati digitali", essendo queste due categorie che non esistono, o meglio, esistono e si fondono senza possedere quei contorni definiti e rigidi spesso categorizzati.

Sempre Marconato, nel suo post, auspica che si possa "avvicinare in età precoce i bambini all’uso del computer in modo che, in analogia con quanto avviene con l’apprendimento precoce delle lingue, si sviluppi al meglio anche questa forma di interazione con la realtà". A questo proposito, in Italia c'è un'ulteriore questione. In un recente articolo apparso sul quotidiano la Repubblica, "Il mondo degli iperpoliglotti" (edizione di giovedì 23/02/2012), si fa riferimento al ritardo del nostro paese sul multilinguismo, ma anche sul "monolinguismo" (in questo caso dell'inglese) aggiungo io, e ai livelli bassi di conoscenza di una o più lingue straniere da parte dei cittadini, nonostante gli innumerevoli documenti programmatici sul tema da parte dell'Ue, a partire dal Barcellona 2002, in cui si auspica, per ogni cittadino dell'Unione, la conoscenza di almeno due lingue straniere, oltre a quella materna. Il multilinguismo sembra essere una necessità oramai imprescindibile, ma la sensibilità, in Italia, è abbastanza annacquata (basti vedere i numerosi tagli di ore, cattedre e quant'altro effettuati in questi anni a livello governativo). Eppure, il nostro cervello è naturalmente predisposto, almeno fino all'età puberale, all'acquisizione contemporanea di più idiomi (addirittura, secondo alcuni studi, fino a 10/11). Inoltre, concetti come "società della conoscenza", competenze dei "nativi digitali", "dieta mediale", ecc., sono intimamente legati all'importanza della conoscenza di più lingue visto che le opportunità digitali a disposizione si incrementano in maniera esponenziale e le possibilità di entrare in contatto con altre culture sono praticamente dietro ogni angolo. Il rapporto tra tecnologie e didattica delle lingue, quindi, è molto stretto, ma anche molto poco studiato soprattutto in termini di impostazione didattica, approccio e metodologica diversi.

Ripensare a questi aspetti, "saggezza digitale" e "multilinguismo", in modo integrato come impostazione nuova di fare scuola e formazione è un must che deve realizzarsi in fretta. Fare una ricerca su "Google" sul romanzo "Oliver Twist" di Dickens, per esempio, implica avere a che fare con quasi 10 milioni di risultati. Orientarsi in questo oceano di informazioni impone la padronanza di tutte quelle competenze "digitali" citate prima, oltre a quelle di natura più prettamente linguistica. E non basta copiare il primo record (che guarda caso è quello di Wikipedia). Se i nostri ragazzi riuscissero ad andare almeno fino alla pagina 5, leggendo e confrontando, o ad affinare la ricerca con l'inserimento consapevole di adeguate parole chiave, avremmo raggiunto già un buon risultato. 

Un’ultima considerazione riguarda l’ipotesi di una radicale riorganizzazione spaziale dell’aula di lingua straniera per ottenere un ambiente formativo integrato, arricchito digitalmente (questo, ovviamente, può applicarsi a tutte le tipologie di aula). Secondo Cyprien Lomas e Diana G. Oblinger, un learning space adeguato alle caratteristiche degli studenti del XXI secolo può essere definito: “digital, mobile, independent, participatory, social, flexible, ubiquitously, accessibile”. La classe, quindi, va ripensata in quanto ponte tra l’apprendimento formale e quello informale, che avviene al di fuori delle mura scolastiche. Un esempio di geometria è presente nell’articolo di Carlos Melero, Lingue straniere e tablets, (numero 8-9 del 2011 della Rivista "Scuola e Lingue Moderne - SeLM", p. 46-51). Partendo dalle sue riflessioni, io mi spingerei oltre, immaginando un "ambiente di apprendimento" (nell'accezione descritta dal Wilson nel 1996) a “geometria variabile” (come suggerisce Ferri in molti suoi scritti) con banchi mobili e ricombinabili disposti a isole di 4/5 unità (con PC o tablet o notebook), dotate di web-cam e collegate a Internet, senza tralasciare di garantire la possibilità di effettuare diverse attività, sia tradizionali, sia cooperative o collaborative. La presenza di svariate tipologie di dispositivi deve riprodurre, per quanto possibile, l’ambiente digitale domestico degli studenti, in modo che il lavoro in aula e a casa abbia elementi di continuità (un interessante elenco di elementi costitutivi di una scuola 2.0 è in un post di Will Richardson).

Chiudo, quotando, per intero, un pezzo di un ennesimo interessantissimo post di Gianni Marconato, a cui vanno sempre i miei sentiti ringraziamenti per gli innumerevoli spunti che mi offre (e che mi ha offerto durante la redazione della tesi), sui libri digitali:


"Le risorse didattiche da usare, il loro ruolo, i modi in cui si usano sono strettamente legati all’idea che ogni insegnante ha dell’apprendimento, di come le persone apprendono, di come, conseguentemente si insegna, ma anche di cosa gli studenti dovrebbero imparare. Se si è convinti che si apprenda meglio avendo un ruolo (cognitivamente) attivo, che lo scopo dell’apprendimento sia dare un significato a ciò che si è appreso, che gli studenti dovrebbero saper usare le conoscenze (e non solo memorizzarle) e di trasferirle in differenti contesti, che si dovrebbe imparare a collegare tra di loro le conoscenze acquisite, che si debba apprendere per uno scopo (e non imparare per imparare) ….. allora non ci resta altro che lavorare all’interno di ambienti di apprendimento, contesti didattici aperti, ricchi di risorse, dove lo studente è attivo, usa strumenti, elabora informazioni, interagisce … (rielaborato ad Wilson). Ambienti di apprendimento tanto come metafora per il contesto didattico nel suo insieme ma, anche, per il libro di testo in quanto tale. Magari attingendo alle “architetture per l’apprendimento” di Schank come basi concettuali. Più che monolitici “libri di testo”, tante risorse “liquide”, aggregabili reativamente, manipolabili da insegnanti e studenti, dove l’interazione, la collaborazione, la costruzione siano elementi fondamentali del setting didattico. Con una “visione” di lungo periodo, mi piace pensare che il luogo di sviluppo delle “risorse” didattiche (preferisco la prospettiva “risorse”, che quella di “libro di testo”) sia quello delle reti di insegnanti più che quello degli editori."


Non solo sottoscrivo, ma lo faccio con doppia e triplice linea. Una delle poche certezze con cui ho chiuso il lavoro di ricerca del triennio di dottorato è stata, anche e soprattutto dopo aver sentito insegnanti e presidi, la forte esigenza manifestata da tutti gli attori di una partecipazione diretta nel lavoro didattico di integrazione tra tecnologie e curricoli. Soprattutto, la possibilità di scambio di idee ed esperienze professionali è considerata come una forte spinta al miglioramento delle pratiche di insegnamento. A questa si lega, quindi, una diffusa necessità di formazione/informazione che, a mio avviso, può essere costituita, in primis, dalle reti di insegnanti e formatori in generale, in cui questi dialogano tra loro. Le comunità di pratica dei docenti potrebbero diventare un "sistema permanente" di formazione professionale continua, adottato, perché no, anche in maniera ufficiale dal Ministero per il tramite dei suoi Uffici Scolastici Regionali. Sarebbe possibile, mi chiedo, tentare di seguire questa strada? Certo non è molto battuta, ma, rifacendomi a una delle espressioni più belle di Robert Frost, è questa la via giusta da percorrere.

Un brindisi finale di buon compleanno all'email che ha, di recente, compiuto 40 anni. La cosa sembra essere passata un pò in sordina ma, che ci piaccia o no, la nostra vita, il nostro lavoro, il nostro modo di studiare e persino le nostre relazioni non sono mai state/i più la stessa cosa dopo la sua diffusione di massa, tanto da far pensare, a chi ama modelli e categorizzazioni facili, di poter dividere la recente storia contemporanea in due fasi: prima e dopo di "lei".

Appunti e segnalazioni conclusive:

- tre pubblicazioni che consiglio a chi si interessa di tecnologie e di come queste possono essere applicate nella didattica e anche in quella delle lingue: Le insidie dell'ovvio. Tecnologie educative e critiche della retorica tecnocentrica, di Maria Ranieri, ETS, 2011 (qui una breve recensione e qui l'indice del volume); Principi di comunicazione visiva multimediale, di Antonio Calvani, Giovanni Bonaiuti e Antonio Fini, Carocci, 2011 (qui una breve recensione); Linguistica e didattica delle lingue e dell'inglese contemporaneo. Studi in onore di Gianfranco Porcelli, a cura di Bruna Di Sabato e Patrizia Mazzotta, Pensa Multimedia, 2011 (la recensione del testo è sul numero 8-9 del 2011 della Rivista "Scuola e Lingue Moderne - SeLM", p. VII-VIII del Dossier BLE n. 20), soprattutto l'ultima parte del volume che è dedicata a "Nuove tecnologie e didattica delle lingue";

- il "Manifesto for teaching online", via Stephen Downes, è un progetto di docenti e ricercatori dell'Università di Edinburgo con lo scopo di stimolare idee sull'uso creativo dell'insegnamento con tecnologie di rete; è stato anche predisposto un apposito blog dove discutere sul tema;

- un'interessante tabella di Helen Barret che incrocia tool per l'e-portfolio e obiettivi di realizzazione; è un ottimo spunto per chi intende iniziare a provare a realizzare il proprio portfolio elettronico/digitale, senza dimenticare i suoi ormai storici modelli per l'e-portfolio;

- il numero 77 (gennaio/febbraio 2012) di Form@re, dedicato al progetto "Wironi", nato nel 2005 presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Siena in collaborazione con il Comune di Monteroni d’Arbia (Siena), "concepito per favorire dei percorsi di apprendimento sociale fra pari attraverso i processi di imitazione ed emulazione, sia nei luoghi di fruizione dei contenuti erogati da Wironi che nei luoghi di produzione di alcuni dei suoi contenuti";

- la timeline di Facebook del profilo del New York Times, che offre una serie di foto e prime pagine per ognuno dei gloriosi 161 anni di storia della popolare testata americana.
    

mercoledì 22 febbraio 2012

La scuola che si racconta

Breve post per segnalare la bellissima iniziativa "Storie di didattica: la scuola che si racconta", che nasce come progetto formativo e di sviluppo professionale per i membri del fortunato network "La scuola che funziona". Il progetto intende prendere spunto dalle pratiche reali di insegnamento (narrazioni / storie) con lo scopo di far accrescere lo sviluppo professionale dell'insegnante che "fa leva sulla riflessione intorno alla propria (ma anche altrui) pratica. Attraverso la narrazione l'insegnante 'studia' se stesso (non un libro) ed 'insegna' a se stesso (non è insegnato da terza persona)" (citazione dal portale ufficiale). Il progetto si inserisce nel solco di una recente corrente teorica denominata "Il pensiero degli insegnanti", in cui il profilo del docente si caratterizza per un netto passaggio dall'expertise tecnica alla pratica riflessiva come nuova identità professionale. L'insegnate diventa ricercatore e non agisce in solitudine, ma dialoga con gli altri (costruendo e partecipando a comunità di pratica in presenza o virtuali, come nel caso di specie), perché il discorso, per essere definito vivo, ha bisogno di essere comunicato e condiviso.
In basso il video di descrizione del progetto. Plaudo all'iniziativa e la sottoscrivo: docenti, formatori, educatori, accorrete numerosi a raccontare le vostre storie.

Il progetto ha anche una pagina Facebook.



Segnalazione n. 2: finalmente Helen Barret si è dedicata a sviluppare un esempio di e-Portfolio anche per le lingue, utilizzando "Google sites". Il tool contiene strategie per documentare le abilità di produzione e ricezione scritta e orale tramite l'uso di tecnologie di rete. Il lavoro prevede un affinamento progressivo e merita di essere seguito, in quanto questo filone può avere una serie di interessanti sviluppi nella glottodidattica.

Segnalazione n. 3: anzi questa è un'autosegnalazione e un appunto personale. Tramite Caterina Policaro, segnalo un post sulle parole "Web 2.0 e social media". Si tratta, per me, di un ulteriore conforto sul fatto che forse non ero così fuori strada quando, all'inizio del percorso di dottorato, "incautamente" sostituii, oralmente e per iscritto, l'espressione "Web 2.0" con "social web" (intitolando, in questo modo, anche un paragrafo della tesi).
       

mercoledì 27 aprile 2011

PHD, finalmente!!!

Come è noto, non amo molto l'autoreferenzialità, ma l'occasione è importante, ovviamente dopo la nascita di mia figlia. Al termine di tre anni di duro lavoro e svariate difficoltà, sono giunto alla tanto agognata meta del Dottorato di ricerca in E-learning & knowledge management.

Embedo, di seguito, la presentazione del lavoro effettuata in sede di discussione della Tesi, presso l'Università degli Studi di Macerata, il 14 aprile 2011.


giovedì 17 marzo 2011

Back again: riflessioni varie

Riemergo dal mio semi-letargo digitale. Gli ultimi mesi sono stati molto intensi e hanno, di fatto, cambiato radicalmente la mia vita e quella della mia famiglia. Prima i lavori in casa, poi la corsa per ultimare la Tesi di Dottorato entro la scadenza e, soprattutto, la nascita della mia primogenita Francesca Pia, il 31 gennaio 2011. In questo momento, mentre scrivo per il blog, con la mano sinistra (a fatica) digito sulla tastiera, mentre con la destra la cullo, tentando di farla addormentare: il digitale si interseca con il quotidiano. Lo spunto per questo post mi è venuto leggendo un articolo della sezione Basilicata dell'edizione cartacea del quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno", di sabato 12 marzo. Il pezzo riporta la presentazione dei risultati dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani", a cura della "Società Italiana di Pediatria", tenutasi presso l'Istituto Comprensivo "Sinisgalli" di Potenza (il raffronto tra dati nazionali e dati potentini è sul sito dell'Istituto). Lo studio è stato effettuato tra settembre e ottobre 2010, coinvolgendo un campione nazionale di circa 1300 studenti delle scuole medie inferiori, di età compresa tra i 12 e i 14 anni e somministrando loro un questionario durante l'orario scolastico. Tra le sezioni individuate, una è dedicata a "TV, Internet, videogiochi, cellulare". I dati fanno emergere un sostanziale "superamento" dell'utilizzo di Internet, rispetto alla televisione, per tempi inferiori a un'ora e superiori alle tre al giorno; durante i pasti principali e dopo cena la televisione la fa ancora da padrone, mentre di pomeriggio è altissima la percentuale dei ragazzi che usano della Rete. A Potenza, il 71,6% degli intervistati ha dichiarato di avere un profilo su Facebook (la percentuale nazionale si attesta al 67,1); molto alte, in tutta Italia così come nel capoluogo lucano, sono le percentuali legate ai servizi usufruiti online, quali "YouTube", "scaricare e condividere musica, immagini, video", "utilizzare Facebook, Twitter, ecc". E', inoltre, interessante il dato relativo a "cercare informazioni": i potentini si attestano al 72,8%, percentuale superiore alla media nazionale pari al 67,5%. Oltre a considerare questa indagine come un ulteriore ennesimo tassello da inserire nella vasta discussione sulla net generation, con tutte le varianti connesse di millennials, digital natives, ecc. (una buona sintesi è nell'articolo "The 'Net Generation' and the myth of research", segnalato, via Facebook, da Antonio Fini), è apprezzabile l'idea di utilizzare una scuola, alla presenza di insegnanti, genitori e studenti, per la presentazione dei dati di una ricerca di questo tipo, soprattutto per il dibattito che ne è poi scaturito. E' giusto coinvolgere tutti gli attori evitando, però, di cadere nell'errore di lanciarsi in facili generalizzazioni, magari senza aver mai toccato con mano le reali implicazioni della questione. Se da un lato, infatti, la Preside dell'Istituto ha affermato che "non si possono distogliere i ragazzi da Internet, ma guidarli a un uso consapevole e misurato", dall'altro gli interventi di alcuni genitori e dello stesso Dirigente Scolastico evidenziano ancora molte paure, dubbi e incertezze: in buona sostanza prevalgono gli aspetti "negativi", o presunti tali, rispetto agli innumerevoli vantaggi e possibilità, anche e soprattutto in termini educativi, che la Rete offre. La strada da seguire, comunque, è questa. Durante la ricerca di Dottorato, mi sono imbattuto in una forte esigenza, o meglio in un disperato bisogno, da parte dei docenti, di formazione specifica e non solo tecnologica, ma essenzialmente "tecno-pedagogica". Affiancare alle oramai innumerevoli ricerche legate ai ragazzi, al loro punto di vista, al loro "mondo" e alle loro "usanze" anche la "visuale" dei genitori e degli insegnanti, significa andare verso una cultura della condivisione degli obiettivi e delle aspettative di tutte le componenti del "sistema". Gli insegnanti devono essere maggiormente coinvolti, recuperando l'enorme bagaglio di esperienze sul campo da integrare con le potenzialità delle tecnologie di rete. Imporre dall'alto una serie di pratiche educative (si veda la "questione LIM"), una formazione solo tecnologica ("come si usa", "cosa fa", "funzioni e comandi" e così via), organizzare corsi e conferenze con esperti, ecc., sembra essere non più sufficiente. Soprattutto per bocca dei diretti interessati. Una parte cospicua dei docenti da me intervistati conosce i social media, o almeno ne ha sentito parlare. Al contrario, le domande che molti di loro si pongono sono del tipo: Come integro questi tool nella didattica d'aula? Come faccio a migliorare la mia progettazione educativa con l'ausilio delle tecnologie di rete? Cosa posso insegnare attraverso tali strumenti? E' tempo di operare una sorta di "controrivoluzione copernicana". Questo non significa riportare l'insegnante al centro del sistema, ma ripartire proprio da una ridefinizione del ruolo e delle competenze dei docenti per sfruttare tutte le potenzialità educative insite nelle tecnologie di rete.  

E ora alcune segnalazioni:

- l'elenco delle pubblicazioni di Jane Hart, "My guides to using social media", fornisce una serie di spunti interessanti per un utilizzo pratico delle tecnologie digitali e di rete nella didattica;
- l'ultimo numero di Form@re, dedicato al microblogging e ad alcune esperienze europee sull'uso didattico dei social network;
- un elenco di attività per potenziare le abilità legate alla comprensione e produzione orale e alla produzione scritta in lingua straniera, utilizzando una serie di web tool (dal blog di Ana Maria Menez).

Infine, embedo l'ultimo video di Michael Wesch, in cui il ricercatore rielabora e attualizza alcuni dei temi da lui trattati nei suoi precedenti lavori.


sabato 26 giugno 2010

Change happens everywhere

Embedo, via Catepol, un bel video sui repentini cambiamenti che Internet ha portato negli ultimissimi anni. Il filmato è in inglese e inizia con una serie di confronti che danno immediatamente l'idea di ciò che succede ora, nel presente (il passaggio da: i media analogici a quelli digitali, il comando e il controllo, alla comunicazione e alla collaborazione, la produzione di massa alla produzione tra pari, innovazioni chiuse a innovazioni aperte), e continua con una serie di numeri veramente impressionanti. Da vedere. Mi permetto, inoltre, di segnalare uno strumento utilissimo, soprattutto nell'ambito della didattica delle lingue straniere: Edocza. Il servizio dà la possibilità di rintracciare e scaricare documenti in vari formati e in numerose lingue. Infine, per portare un ulteriore contributo al tema già discusso qui sulla conoscenza come bene comune e sempre nell'ottica dei cambiamenti che l'evoluzione di Internet sta portando nel mondo, consiglio di leggere l'intervista a Wayne Mackintosh, fondatore di WikiEducator. Il tema è l'importanza delle licenze di tipo Creative Commons (CC) come vantaggio competitivo nel campo della formazione e dell'educazione nel mondo digitale, il cui principio motore dovrebbe essere: condividere la conoscenza gratuitamente. Secondo Wayne, le licenze CC sono "l'aria che il movimento Open Educational Resources (OER) respira. Sono il facilitatore legale per affrontare il complesso tema della proprietà intellettuale nel campo dell'educazione e della formazione, aiutandoci a spostarci da una cultura restrittiva a una libera e aperta". E' da rimarcare che uno degli obiettivi di WikiEducator è "sviluppare risorse digitali libere e gratuite da mettere a disposizione per supportare tutti i curricoli nazionali entro il 2015". In Nuova Zelanda sono già partiti con un'iniziativa sperimentale, chiedendo la collaborazione degli insegnanti per lo sviluppo e l'aggiornamento dei materiali, tramite il progetto OERNZ. Change happens now!


lunedì 21 giugno 2010

Web tools per la didattica e altri spunti

Segnalo un bel lavoro di Ana Maria Menezes, insegnante di EFL (English as a Foreign Language) in Brasile, dal titolo: Web tools applied to teaching. E' un breve compendio in cui l'autrice elenca una serie di strumenti web-based e di tipo free da utilizzare nella didattica, soprattutto delle lingue straniere. Ogni scheda è corredata da esempi, proposte operative in aula e fuori e skill linguistiche coinvolte. Premesso che sono un convinto sostenitore delle risorse a disposizione di chiunque e utilizzabili da qualunque postazione, in un'ottica di lifelong learning, il lavoro di Ana Maria mi sembra un'ottimo punto di partenza per quanti desiderino aprire le proprie prospettive e percorrere nuove strade per innovare la didattica.



Embedo, di seguito (sempre nell'ottica di: blog = anche raccolta di appunti personali), una bella e sintetica presentazione sul tema del PLE (Personal Learning Environment), sul quale a breve scriverò un post più articolato.


Infine, chiudo segnalando il post di Pier Cesare Rivoltella, Scuola del futuro?, contenente una serie di interessanti spunti di riflessione, a seguito di un progetto annuale sviluppato in alcune scuole. I filoni da lui individuati sono essenzialmente tre: mind the gaps (importanza di tenere conto delle distanze / differenze, per esempio quelle tra nativi digitali e docenti); considerare la complessità (quindi progettare bene i passaggi per inserire le tecnologie in aula in modo proficuo); frequentare i confini (abbandonare i punti di vista puri, ma, per esempio, iniziare a tener conto anche degli incroci e delle contaminazioni tra saperi).

martedì 25 maggio 2010

L'apprendimento è sociale?

Ho seguito con interesse una diatriba oltre oceano sulla natura dell'apprendimento: c'è chi sostiene che si tratti di una pratica essenzialmente sociale e chi, invece, afferma l'esatto contrario. A parte la mia naturale repulsione verso posizioni troppo rigide che non contemplino una scala di grigi, credo che la questione non sia da porre in termini di “contrapposizione tra guelfi e ghibellini”, né di asserzioni nette. Le mie riflessioni, ovviamente, sono da considerarsi nell'ottica della glottodidattica e delle dinamiche sottese all'acquisizione / apprendimento di una o più lingue straniere. In breve, la mia idea è che l'apprendimento sia, prevalentemente, una pratica sociale, ma anche che una componente di riflessione o meta-riflessione di natura personale o "privatistica" contribuisca a completare il processo in maniera efficace. Una lingua è “un mezzo per raggiungere scopi, un’espressione di un rapporto di ruolo sociale, un indicatore di appartenenza a un gruppo, un’espressione di una cultura, uno strumento del pensiero e uno strumento di espressione” (Balboni, 2002, p. 59-60). L’acquisizione/apprendimento di una lingua straniera si caratterizza, di conseguenza, per essere un processo sociale, basato sul contenuto e sulla “lingua reale”, che si sviluppa nell’interscambio con il mondo e le persone. Il primo riferimento alla dimensione sociale della lingua è dell’inglese John Rupert Firth che, già negli anni ’30 del XX secolo, teorizzava una filosofia del linguaggio basata sullo stretto rapporto tra lingua, cultura e società. Inoltre, sosteneva che la lingua andasse studiata nella sua accezione di fenomeno sociale e, di conseguenza, in situazioni reali d’uso. Successivamente, negli anni ’60, Dell Hymes introdusse il concetto di competenza comunicativa, mentre, qualche anno dopo, M.A.K. Halliday (1978) focalizzò la sua attenzione sulla funzione sociale del linguaggio. Di recente, il cosiddetto approccio socio-glottodidattico, ha come finalità quella di “sviluppare nei discenti una sensibilità socio-linguistica che consenta loro di diventare sempre più indipendenti nella comprensione e nella gestione dell’uso sociale della lingua” (Santipolo, 2010). Da quanto appena illustrato, si evince che nella letteratura riferita alla ricerca sulla didattica delle lingue straniere, l'importanza del contesto sociale nell'acquisizione / apprendimento è stata ampiamente assodata e dimostrata. Uno dei problemi che, infatti, affligge costantemente il docente è la scarsa esposizione dei suoi studenti alla lingua target. Tant'è che la soluzione spesso proposta dagli educatori è consigliare un periodo di immersione totale nel paese di riferimento, dove sussistono le condizioni per un'acquisizione naturale (Krashen, 1982). La fase di elaborazione personale è, però, necessaria, per sedimentare e rendere acquisite le strutture incontrate. Ed è qui che diventa cruciale il compito del docente: fornire allo studente gli strumenti per creare il proprio percorso di apprendimento consapevole, al di fuori del contesto meramente scolastico, in un’ottica di Lifelong and Lifewide Language Learning. Uno studente autonomo è, infatti, capace di elaborare strategie meta-cognitive riguardanti le operazioni di progettazione, selezionare metodi e strumenti idonei per realizzare il proprio percorso, auto-valutarsi e rapportarsi agli altri in maniera cooperativa (capacità socio-affettive). In questo scenario le tecnologie e, di recente, soprattutto quelle di rete, possono contribuire a creare un ambiente di apprendimento, per le lingue straniere, motivante ed efficace in cui il discente può essere aiutato a potenziare le varie abilità linguistiche, ma anche a riflettere sulla lingua e sul suo continuo evolversi, sulle strutture, sulla cultura e sull’importanza di acquisire strategie utili e produttive sia nell’immediato sia in prospettiva.

Embedo, di seguito, il video di David Truss, della durata di quattro minuti circa, sull'importanza di essere un networked teacher ("A brave new world-wide-web"). Segnalo una sua affermazione, riferita al rapporto tra insegnante e tecnologie, che dovrebbe essere spesso tenuta in considerazione: "See the opportunities rather than the obstacles" ("Vedi le opportunità e non gli ostacoli" o "Concentrati sulle opportunità e non sugli ostacoli").

sabato 22 maggio 2010

La mia tesi

Con inspiegabile ritardo, e quindi non so francamente fornire le motivazioni, embedo qui la presentazione della mia tesi che ho da pochissimo caricato su Slideshare.

lunedì 17 maggio 2010

Social Media Revolution

Posto qui, anche per mio promemoria, la seconda versione del video "Social media revolution" che, tra i tanti pubblicati sul tema, mi sembra uno dei più sintetici e molto straight to the point. I tre dati che mi hanno maggiormente colpito, in ottica educativa, sono: oltre il 96 % dei millennial (nativi digitali) ha un profilo su un social network; se Facebook fosse un paese, sarebbe il terzo più popolato dopo Cina e India; uno studio recente dell'US Department of Education ha sottolineato come le prestazioni degli studenti online superino quelle dei loro colleghi impegnati in lezioni esclusivamente frontali. Sono temi già abbondantemente trattati in questo blog, ma fa riflettere come sia sempre più necessaria un'attenzione particolare verso il mondo dei natvi digitali che si sviluppa e cresce fuori dalla scuola e non solo in senso letterale, riferito alle mura dell'istituto, ma anche da un punto di vista "culturale" e di aproccio. Il senso del video è che si tratta di una vera e propria rivoluzione nel modo di comunicare. I ragazzi lo hanno afferrato al volo, la Scuola no. E a ciò si lega il fatto che i docenti di lingue straniere dovrebbero, per primi, guadare il fiume, con coraggio. Imparare una lingua diversa dalla propria è soprattutto un atto comunicativo e sociale e, perciò, non può prescindere dai mezzi che il mondo usa per comunicare. Von Humoldt diceva che "non si può insegnare una lingua, si possono al massimo creare le condizioni perché qualcuno l’apprenda". Ebbene, agli inizi del XXI secolo le condizioni, gli strumenti e la consapevolezza sono cambiati. E' ora che le istituzioni educative seguano la corrente e si adattino agli input che provengoni dal di fuori delle aule scolastiche, invece di ostinarsi a remare contro o peggio a volgere lo sguardo da un'altra parte.

domenica 11 aprile 2010

Is Twitter dead?

Un post sull'uso di Twitter in ambiente accademico e il rapporto con Facebook. Le slide costituiscono un ottimo spunto di riflessione sui social network e il loro impiego nella didattica. Nel caso specifico si tratta di un lavoro su Shakespeare.


venerdì 26 marzo 2010

La valutazione nel social web

I docenti hanno da sempre evidenziato che, tra i problemi legati all’eventuale integrazione di tecnologie di rete nella didattica d’aula, vi è quello della valutazione. Come essere sicuri di riuscire a individuare e valutare le reali produzioni dei ragazzi? Domanda complessa che richiede una riflessione complessa e approfondita. Se diamo per scontato che il social web implica la ridefinizione di una nuova pedagogia, per tutte le discipline e soprattutto per l’insegnamento delle lingue straniere, la naturale conseguenza e ripensare alla valutazione delle produzioni degli studenti. Nuove competenze vengono richieste sia a loro sia agli insegnanti (Richardson, nel suo testo su Blogs, Wikis, Podcasts individua quattro nuove funzioni per il docente: connector, content creator, collaborator, coach). Stephen Downes, in un interessantissimo post fa riferimento a due rubriche di Clarence Fisher: una dedicata ai blog e una dedicata alle connessioni. Mi sembra si tratti documenti da cui partire per poter operare una riflessione approfondita. Da segnalare, sul tema, due fonti. Il bell’articolo di Dan Conover, Blogging in the new decade, secondo cui negli ultimi anni l’avvento dei social network (Facebook, Twitter, Friendfeed) e la conseguente limitazione del numero di caratteri nei post, rende i blog la parte più strutturata dell’informazione, mentre ai network è delegato il compito di amplificare questi contenuti, con rimandi e link ai siti di riferimento (cito da un post di Granieri: “i social network sono pertanto una forma di distribuzione del blog”). L’altra è il numero di marzo/aprile di Form@re interamente dedicato al rapporto tra blog, didattica e apprendimento.

venerdì 12 febbraio 2010

Language Learning & Social Web (Web 2.0)

Un interessante video sul tema del social web e delle possibilità che esso offre per la didattica delle lingue straniere. Il filmato è una sintetica overview dei principali tool del web 2.0, per chi non sa cos'è e vuole cominciare a farsi un'idea.

sabato 30 gennaio 2010

Usiamo davvero le tecnologie?

Nel lontano 1979 (uso la parola lontano, in quanto 31 anni sono molti in termini di evoluzione tecnologica e approcci didattici), Olson, nel saggio “Linguaggi, media e processi educativi”, sottolineava la necessità di un insegnamento-apprendimento multimediale. Dal suo punto di vista, i mezzi della comunicazione e dell’istruzione non sono vie opzionali per perseguire lo stesso scopo, ma vie ottimali per raggiungere scopi diversi. Nonostante i diversi lustri trascorsi, il suo pensiero mi sembra attuale nella didattica di qualunque disciplina e, soprattutto, per quanto riguarda le lingue straniere. In molti casi, le tecnologie e i computer sono entrati nelle scuole di ogni ordine e grado in maniera dirompente e gli insegnanti hanno dirottato nei laboratori molte delle attività ordinarie che si svolgevano in classe: dal gesso alla scrittura su schermo proiettata su un muro, dai quaderni ai singoli elaborati su file da parte degli allievi, dalle enciclopedie polverose delle biblioteche di istituto a Internet e/o Wikipedia et alii. Quindi, volendo parafrasare Olson, i computer sono diventati delle vie opzionali per raggiungere lo stesso scopo (perché mi devo imbrattare di gesso quando posso scrivere o far scrivere su una tastiera?). Ovviamente la colpa non è del tutto attribuibile agli insegnanti o ai ragazzi. Manca, infatti, nel nostro sistema di istruzione e formazione, una seria analisi sui presupposti pedagogici nell’utilizzo delle tecnologie come mezzi per raggiungere obiettivi educativi. La domanda o le domande che ci si deve porre non sono, a mio avviso, “Che cosa fa questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Che cosa posso fare con questa tecnologia o questo strumento?”, bensì “Che cosa (come) posso imparare / insegnare usando (con l’aiuto di) questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Come posso usare questa tecnologia o questo strumento per imparare / insegnare?”. Sembrano frasi banali, ma non lo sono. Un approccio di questo tipo capovolgerebbe completamente la prospettiva, ponendo la didattica e l’apprendimento in una posizione predominante, lasciando alle tecnologie il ruolo di facilitatori o catalizzatori. Anni fa le nostre scuole hanno ricevuto ingenti finanziamenti per attrezzare dei laboratori informatici e/o linguistici. Mi piacerebbe conoscere, oggi, la reale percezione che dirigenti scolastici, docenti, allievi, genitori, personale ATA hanno di questi strumenti. Li sentono integrati nella normale attività didattica quotidiana o sono solo degli “attrezzi” di svago e da utilizzare “per realizzare qualcosa da mostrare al sindaco o all’assessore di turno quando vengono a farsi un giro nella nostra scuola?”. Sto seguendo con interesse l’evolversi del Progetto Cl@assi 2.0, sperando che non si risolva in un ennesimo canale per “obbligare” le scuole a rinnovare il loro parco tecnologico, magari acquistando una o più lavagne interattive multimediali (LIM), con il rischio che il “giocattolo”, dopo l’entusiasmo iniziale, passi di moda e faccia la fine dei computer nei laboratori che, giorno dopo giorno, si ricoprono della polvere dell’indifferenza didattica. Olson, comunque, sosteneva anche che i mezzi della comunicazione e dell’istruzione si rapportano ad altrettanti modi di essere intelligenti: le diverse intelligenze (Gardner) possedute dall’individuo sono legate alle specifiche abilità richieste e prodotte dai singoli media, così come esistono diverse culture nelle diverse collettività umane a seconda dei media prevalenti utilizzati (fonte: Varisco, 2000). Anche questo mi pare un aspetto cruciale che merita di essere approfondito, poiché non va mai dimenticato che il fine dell’insegnamento non è stupire i ragazzi con effetti speciali (cito, impropriamente, lo slogan di una pubblicità cult dei mitici anni ‘80 del secolo scorso), quanto piuttosto quello di prepararli a un apprendimento permanente che non si esaurisce all’inizio del mese di giugno o dando le spalle al professore barbuto e alieno in un’aula universitaria dopo aver conquistato la sua agognata firma sul libretto, ma prosegue ogni momento, ogni giorno, ovunque.

mercoledì 13 gennaio 2010

Digital Natives vs Digital Immigrants

Il tema è noto ed è uno dei più interessanti, a mio avviso, per chi si occupa di formazione, a tutti i livelli, anche e forse soprattutto per chi opera nel campo della didattica delle lingue straniere. I termini della questione sono ormai ampiamente conosciuti: Marc Prensky, in un articolo del 2001, conia i termini “Digital Natives” (“Nativi Digitali”, d’ora in poi definiti “nativi”) e “Digital Immigrants” (“Immigrati Digitali”, d’ora in poi definiti “immigrati”), distinguendo tra i primi, nati dalla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 in poi, che hanno un rapporto con la tecnologia, di norma, più immediato e intuitivo di quello delle generazioni precedenti, e gli immigrati che hanno dovuto, o dovrebbero, imparare un nuovo linguaggio. I nativi nascono già interattivi, propensi all'ipertesualità e multitasking, capaci cioè di utilizzare vari mezzi passando, indifferentemente e con naturalezza, da uno all’altro. Tonino Cantelmi, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, in un’intervista al Corriere della Sera, spiega di aver esaminato un vasto campione di bambini, nati a partire dal 2002, concentrandosi sulle caratteristiche dei figli della “generazione di mezzo” e nipoti dei “predigitali”. E’ venuto fuori che “questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti saranno spesso uomini e donne incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle”. Appare evidente come le implicazioni di questo discorso in campo didattico siano enormi . In un dibattito dal titolo “Nativi digitali 2.0, la scuola li annoia”, tenutosi il 20 marzo 2009 presso la Fast di Milano, Paolo Ferri dell’Università Milano-Bicocca utilizza un efficace paragone per mostrare il suo punto di vista sui limiti della scuola di oggi: “Quando negli Anni Ottanta ci si recava nella Germania dell’Est, avevamo la sensazione di tornare indietro di trent’anni. È la stessa sensazione che hanno ogni giorno i nostri figli quando entrano a scuola. Noi abbiamo di Londra l’idea che ce ne ha dato per anni Sandro Paternostro. Loro passeggiano nelle sue strade senza esserci mai fisicamente stati. Noi incontravamo gli amici al bar, loro vanno su Facebook”. Durante lo stesso incontro, a proposito dei metodi di insegnamento più adatti, Gianni Degli Antoni dell’Università Statale di Milano, padre dell’informatica milanese, propone una soluzione e cioè: “Insegnare loro coinvolgendoli nel loro terreno. Inutile far loro comprare costosi volumi di Storia, ma bisogna far scrivere a loro stessi la Storia, sollecitandoli ad andare a trovare le fonti su Internet. Sbaglieranno anche, ma è l’unico modo per far loro costruire un pensiero critico”. Inoltre, è stato osservato (Kvavik, 2005) che i nativi, in quanto soggetti esperti o “nuovi saggi” (Prensky, 2009), usano le tecnologie di rete soprattutto per motivi privati, personali e sociali e che concentrano la loro attenzione sul processo e sui risultati dello scambio comunicativo, piuttosto che sulla precisione espressiva e linguistica. Di seguito accludo una slide riferita a un illuminante lavoro della ricercatrice canadese Diana Oblinger (fonte: “Eli” di Elisabetta Cigognini) che riporta una sintesi di alcuni dati sul rapporto tra giovani digitali e tecnologie, in particolar modo di rete.




Ancora, girovagando sulla rete e imbattendomi nella definizione di “Nativo Digitale” tratta dalla sezione italiana di Wikipedia, ho trovato il link del progetto “Digital Natives” condotto da un team di ricercatori provenienti dal “Berkman Center for Internet & Society” di Harvard e dal “Research Center for Information Law” dell’Università di San Gallo in Svizzera, il cui obiettivo è indagare e tentare di fornire delle chiavi interpretative e di supporto alle giovani generazioni durante la loro “crescita” nella società digitale e, di conseguenza, comprendere le dinamiche e le caratteristiche di cosa realmente significhi essere dei “nativi digitali”. Alla luce di quanto detto, mi sembra necessaria una riflessione che parta dal basso e cioè da tutti gli operatori della formazione, ma che arrivi in alto tra chi ha il compito istituzionale di programmare e pensare la scuola e la formazione del futuro. Non si contano, ormai, i progetti o le sperimentazioni sull’utilizzo delle tecnologie nell’istruzione, a tutti i livelli. Credo che sia arrivato il momento di cambiare metodo e approccio all’insegnamento, perché è l’apprendimento che lo richiede: bisogna integrare il mondo che i ragazzi vivono fuori dalle mura scolastiche in maniera definitiva all’interno dei curricoli. Un tempo vi erano i pallottolieri, poi sostituiti dalle calcolatrici, poi dai PC. E’ il caso che a scuola entrino i blog, i social network, non soltanto in termini di strumenti, ma soprattutto di filosofia e di pratica pedagogica nell’utilizzo degli stessi. E smettiamola, infine, di usare l’espressione “nuove tecnologie”. Saranno forse sempre nuove per noi immigrati, ma non certo per i nativi. Per loro non sono né migliori né peggiori, né nuove ne vecchie rispetto ad altre. Esistono, semplicemente, e non saprebbero immaginare un mondo senza di esse. La mia nipotina di due anni, Camilla, tratta l'iPhone del padre come se l'avesse sempre conosciuto. Le dita paffutelle si muovono con sicurezza e le basta scoprire una prima volta una funzionalità per ripeterla, successivamente, con precisione. Ecco, il futuro cammina più rapidamente delle parole e la piccola bambina viaggia a una velocità che a noi immigrati era sconosciuta alla sua età. Prima ce ne renderemo conto e meglio sarà per tutti. Mi sono dilungato un po’ troppo, ma si sarà capito che il tema mi appassiona molto, anche dal fatto che alcuni riferimenti all’argomento sono presenti fin dal primo post di questo blog. Concludo consigliando un interessante filmato di una delle trasmissioni di Current TV, in cui viene analizzato in maniera puntuale il rapporto tra i nativi digitali e i loro genitori, soprattutto in termini di modalità di comunicazione e apprendimento, con evidenti ricadute sul piano della didattica e della formazione (ho provato a inserire il filmato direttamente, ma impiega molto tempo per caricarsi, dura infatti circa 24 minuti. Per questo motivo ho inserito direttamente il link alla fonte web).