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lunedì 4 febbraio 2013

I nativi digitali non esistono

Roberto Casati nel suo pezzo dello scorso dicembre ha usato un'espressione più colorita, parlando di balla dei nativi digitali. Sommessamente, dico di essere d'accordo. E lo ripeto: i nativi digitali non esistono. In un altro post specificavo come lo stesso Prensky, l'ormai noto autore dell'articolo che teorizzava la differenza tra nativi e immigrati digitali, ha ritrattato, o meglio specificato, questa sua definizione, introducendo il concetto di saggezza digitale (digital wisdom). Anch'io, un paio di anni fa, mi feci trascinare dall'emozione. Il lavoro sul campo con i docenti mi ha chiarito le idee.

La questione qui è molto semplice. Tutti i bambini e ragazzi nati nell'era di Internet non sono, diciamo così, geneticamente predisposti e non hanno ricevuto una colomba dal Cielo - sotto forma di tweet, magari. Mia figlia maneggia telecomandi, tastiere e cellulari solo perché ne è circondata. Se la mia famiglia vivesse sull'isola di Chiloé, probabilmente sarebbe abilissima con le reti da pesca. E' il contesto il motore delle abilità, non l'innata predisposizione. Non ci sono controprove del fatto che un australopiteco o un neandertaliano, dopo un pò di pratica, non sarebbero stati in grado di far scorrere le foto, con le dita, sul display di uno smartphone touch screen. Non dimentichiamo che si tratta di individui che, dal nulla, hanno creato il fuoco, il bronzo, il ferro, la ruota. I ragazzi post 2000 non sono nativi digitali, come i nostri antenati rinascimentali non erano "nativi di stampa" (grazie a Gutenberg), o quelli della mia generazione "nativi televisivi". Se con queste espressioni si intende inquadrare storicamente alcune delle generazioni umane, allora potrebbero essere assimilate agli "ismi" della storia o critica letteraria. Se invece si vuole categorizzare ambiti cognitivi, si rischia di finire maldestramente fuori strada.

La storia delle tecnologie educative è stata già descritta ampiamente in letteratura e non è questo il luogo deputato a rifare la cronologia. Dai libri di testo / fotocopie, al magnetofono; dalle audiocassette, alle videocassette; dai DVD / Blu-ray Disk, a Internet (intesa nel suo complesso di web tool); dai PC, ai tablet e smartphone, la questione delle tecnologie eucative, come spesso viene detto, ma altrettanto spesso ignorato, è che vanno contestualizzate come strumenti di supporto alla didattica e all'apprendimento e, soprattutto, che non sono buone o cattive (il tablet, piuttosto che le fotocopie) a prescindere, direbbe Totò, magari sull'onda emotiva del momento. I giudizi vanno calibrati in base all'uso che se ne fa, sia dal lato istituzioni (Governo e Regioni, scuole e università, dirigenti scolastici, professori, insegnanti ed educatori), sia dal lato cittadino (famiglie, studenti / alunni / allievi). In questi ultimi anni, soprattutto da parte delle istituzioni, si è fatta molta demagogia spicciola, mentre la ricerca seria è affidata ad alcuni pionieri che tentano di affrontare il tema in maniera scientifica, ma ahimé sono poco ascoltati o letti. Molti altri, invece, in maniera superficiale (o furbesca?), sembrano cavalcare l'onda per meri scopi personali. E' noto, inoltre, che la politica vive di passioni effimere e di impatti immediati per immediate esigenze (ma di questo parlerò diffusamente in un prossimo post) e l'uso delle tecnologie a scuola è diventata, da qualche anno, una bandiera da ammainare o sventolare a seconda dei tempi e degli umori; mentre i nativi digitali, l'ariete per sfondare le eventuali resistenze e giustificare le azioni in campo (parafrasando Gianni Marconato, si potrebbe dire il "cavallo di Troia del neoacheismo tecnologico").

L'ho già scritto (nella tesi di dottorato e in altri post) e lo ripeto spesso a colleghi e amici: non basta riempire le scuole di tecnologie (in questo caso digitali) per poter migliorare l'apprendimento. Nel post precedente, ho citato alcuni articoli in cui questo aspetto appare di tutta evidenza. Decine di tablet in un laboratorio informatico e digitale, LIM o altri strumenti senza un'adeguata teoria e pratica pedagogica alle spalle sono gusci vuoti, effimere passioni cognitive in grado solo di "fare rumore" sul tema: distribuire qualche premio, permettere a qualche giornalista di scrivere articoli o a qualche affarista di pubblicare e vendere libri, gratificare insegnanti e alunni (e dirigenti scolastici) assieme a qualche sindaco e politico locale (o nazionale a seconda della portata dell'evento) e nulla più. Su questo poi cala silenziosa e maligna la nebbia del digital divide, contro cui l'Europa è impegnata, mentre l'Italia nicchia (basta ricordare le difficoltà di molte famiglie nell'iscrizione online di quest'anno). Un popolo di connessi non è sempre un bene per l'establishment. La Basilicata, nello specifico, è un esempio di questo annoso, quanto mai attuale problema. Se si pensa, inoltre, che oggi la politica corre molto sul web, mentre i dati di accesso non sono confortanti, si capisce come una buona fetta di popolazione non riesca a usufruire del diritto democratico alla piena informazione.

La mia richiesta al prossimo Governo è questa: mettiamo insieme le migliori menti italiane nel campo della pedagogia, delle tecnologie educative (digitali e non) e delle singole discipline scolastiche, e riscriviamo i programmi, pubblichiamo vademecum e linee guida, ristrutturiamo la formazione degli insegnanti, mettendo in piedi processi (come dice Gianni Marconato), tenendo bene a mente che formatori ed educatori non adeguatamente stimolati, coinvolti e consapevoli possono incrinare il sistema, essendo loro il perno di tutta la giostra che pone l'allievo (di tutte le età), come cittadino e persona, al centro del mondo. Pensiamo a come realizzare, finalmente, le classi aperte nell'ottica europea del lifelong learning (vessilo delle strategie comunitarie in tema di apprendimento, ma ancora lungi dall'essere pienamente realizzato), anche e soprattutto come arma per combattere l'abbandono scolastico e con un occhio al lavoro. Apprendere è l'unico mestiere che non manda la persona in pensione. Mai. E' una meravigliosa avventura che si dipana ogni giorno, fuori e dentro l'aula, e accompagna ciascuno di noi per tutto il ciclo della vita (dicendola alla Van Gennep, "dalla culla alla bara"). E' questo lo scenario a cui la scuola deve adeguarsi e non alle presunte abilità dei "nativi digitali" o alle mode tecnologiche del momento. Sarebbe un vero cambiamento epocale in termini di approccio alla questione. Questo mi aspetto per il mio paese. Il paese ideale in cui vorrei che mia figlia crescesse.
   

mercoledì 22 febbraio 2012

La scuola che si racconta

Breve post per segnalare la bellissima iniziativa "Storie di didattica: la scuola che si racconta", che nasce come progetto formativo e di sviluppo professionale per i membri del fortunato network "La scuola che funziona". Il progetto intende prendere spunto dalle pratiche reali di insegnamento (narrazioni / storie) con lo scopo di far accrescere lo sviluppo professionale dell'insegnante che "fa leva sulla riflessione intorno alla propria (ma anche altrui) pratica. Attraverso la narrazione l'insegnante 'studia' se stesso (non un libro) ed 'insegna' a se stesso (non è insegnato da terza persona)" (citazione dal portale ufficiale). Il progetto si inserisce nel solco di una recente corrente teorica denominata "Il pensiero degli insegnanti", in cui il profilo del docente si caratterizza per un netto passaggio dall'expertise tecnica alla pratica riflessiva come nuova identità professionale. L'insegnate diventa ricercatore e non agisce in solitudine, ma dialoga con gli altri (costruendo e partecipando a comunità di pratica in presenza o virtuali, come nel caso di specie), perché il discorso, per essere definito vivo, ha bisogno di essere comunicato e condiviso.
In basso il video di descrizione del progetto. Plaudo all'iniziativa e la sottoscrivo: docenti, formatori, educatori, accorrete numerosi a raccontare le vostre storie.

Il progetto ha anche una pagina Facebook.



Segnalazione n. 2: finalmente Helen Barret si è dedicata a sviluppare un esempio di e-Portfolio anche per le lingue, utilizzando "Google sites". Il tool contiene strategie per documentare le abilità di produzione e ricezione scritta e orale tramite l'uso di tecnologie di rete. Il lavoro prevede un affinamento progressivo e merita di essere seguito, in quanto questo filone può avere una serie di interessanti sviluppi nella glottodidattica.

Segnalazione n. 3: anzi questa è un'autosegnalazione e un appunto personale. Tramite Caterina Policaro, segnalo un post sulle parole "Web 2.0 e social media". Si tratta, per me, di un ulteriore conforto sul fatto che forse non ero così fuori strada quando, all'inizio del percorso di dottorato, "incautamente" sostituii, oralmente e per iscritto, l'espressione "Web 2.0" con "social web" (intitolando, in questo modo, anche un paragrafo della tesi).
       

giovedì 17 marzo 2011

Back again: riflessioni varie

Riemergo dal mio semi-letargo digitale. Gli ultimi mesi sono stati molto intensi e hanno, di fatto, cambiato radicalmente la mia vita e quella della mia famiglia. Prima i lavori in casa, poi la corsa per ultimare la Tesi di Dottorato entro la scadenza e, soprattutto, la nascita della mia primogenita Francesca Pia, il 31 gennaio 2011. In questo momento, mentre scrivo per il blog, con la mano sinistra (a fatica) digito sulla tastiera, mentre con la destra la cullo, tentando di farla addormentare: il digitale si interseca con il quotidiano. Lo spunto per questo post mi è venuto leggendo un articolo della sezione Basilicata dell'edizione cartacea del quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno", di sabato 12 marzo. Il pezzo riporta la presentazione dei risultati dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani", a cura della "Società Italiana di Pediatria", tenutasi presso l'Istituto Comprensivo "Sinisgalli" di Potenza (il raffronto tra dati nazionali e dati potentini è sul sito dell'Istituto). Lo studio è stato effettuato tra settembre e ottobre 2010, coinvolgendo un campione nazionale di circa 1300 studenti delle scuole medie inferiori, di età compresa tra i 12 e i 14 anni e somministrando loro un questionario durante l'orario scolastico. Tra le sezioni individuate, una è dedicata a "TV, Internet, videogiochi, cellulare". I dati fanno emergere un sostanziale "superamento" dell'utilizzo di Internet, rispetto alla televisione, per tempi inferiori a un'ora e superiori alle tre al giorno; durante i pasti principali e dopo cena la televisione la fa ancora da padrone, mentre di pomeriggio è altissima la percentuale dei ragazzi che usano della Rete. A Potenza, il 71,6% degli intervistati ha dichiarato di avere un profilo su Facebook (la percentuale nazionale si attesta al 67,1); molto alte, in tutta Italia così come nel capoluogo lucano, sono le percentuali legate ai servizi usufruiti online, quali "YouTube", "scaricare e condividere musica, immagini, video", "utilizzare Facebook, Twitter, ecc". E', inoltre, interessante il dato relativo a "cercare informazioni": i potentini si attestano al 72,8%, percentuale superiore alla media nazionale pari al 67,5%. Oltre a considerare questa indagine come un ulteriore ennesimo tassello da inserire nella vasta discussione sulla net generation, con tutte le varianti connesse di millennials, digital natives, ecc. (una buona sintesi è nell'articolo "The 'Net Generation' and the myth of research", segnalato, via Facebook, da Antonio Fini), è apprezzabile l'idea di utilizzare una scuola, alla presenza di insegnanti, genitori e studenti, per la presentazione dei dati di una ricerca di questo tipo, soprattutto per il dibattito che ne è poi scaturito. E' giusto coinvolgere tutti gli attori evitando, però, di cadere nell'errore di lanciarsi in facili generalizzazioni, magari senza aver mai toccato con mano le reali implicazioni della questione. Se da un lato, infatti, la Preside dell'Istituto ha affermato che "non si possono distogliere i ragazzi da Internet, ma guidarli a un uso consapevole e misurato", dall'altro gli interventi di alcuni genitori e dello stesso Dirigente Scolastico evidenziano ancora molte paure, dubbi e incertezze: in buona sostanza prevalgono gli aspetti "negativi", o presunti tali, rispetto agli innumerevoli vantaggi e possibilità, anche e soprattutto in termini educativi, che la Rete offre. La strada da seguire, comunque, è questa. Durante la ricerca di Dottorato, mi sono imbattuto in una forte esigenza, o meglio in un disperato bisogno, da parte dei docenti, di formazione specifica e non solo tecnologica, ma essenzialmente "tecno-pedagogica". Affiancare alle oramai innumerevoli ricerche legate ai ragazzi, al loro punto di vista, al loro "mondo" e alle loro "usanze" anche la "visuale" dei genitori e degli insegnanti, significa andare verso una cultura della condivisione degli obiettivi e delle aspettative di tutte le componenti del "sistema". Gli insegnanti devono essere maggiormente coinvolti, recuperando l'enorme bagaglio di esperienze sul campo da integrare con le potenzialità delle tecnologie di rete. Imporre dall'alto una serie di pratiche educative (si veda la "questione LIM"), una formazione solo tecnologica ("come si usa", "cosa fa", "funzioni e comandi" e così via), organizzare corsi e conferenze con esperti, ecc., sembra essere non più sufficiente. Soprattutto per bocca dei diretti interessati. Una parte cospicua dei docenti da me intervistati conosce i social media, o almeno ne ha sentito parlare. Al contrario, le domande che molti di loro si pongono sono del tipo: Come integro questi tool nella didattica d'aula? Come faccio a migliorare la mia progettazione educativa con l'ausilio delle tecnologie di rete? Cosa posso insegnare attraverso tali strumenti? E' tempo di operare una sorta di "controrivoluzione copernicana". Questo non significa riportare l'insegnante al centro del sistema, ma ripartire proprio da una ridefinizione del ruolo e delle competenze dei docenti per sfruttare tutte le potenzialità educative insite nelle tecnologie di rete.  

E ora alcune segnalazioni:

- l'elenco delle pubblicazioni di Jane Hart, "My guides to using social media", fornisce una serie di spunti interessanti per un utilizzo pratico delle tecnologie digitali e di rete nella didattica;
- l'ultimo numero di Form@re, dedicato al microblogging e ad alcune esperienze europee sull'uso didattico dei social network;
- un elenco di attività per potenziare le abilità legate alla comprensione e produzione orale e alla produzione scritta in lingua straniera, utilizzando una serie di web tool (dal blog di Ana Maria Menez).

Infine, embedo l'ultimo video di Michael Wesch, in cui il ricercatore rielabora e attualizza alcuni dei temi da lui trattati nei suoi precedenti lavori.


lunedì 21 giugno 2010

Web tools per la didattica e altri spunti

Segnalo un bel lavoro di Ana Maria Menezes, insegnante di EFL (English as a Foreign Language) in Brasile, dal titolo: Web tools applied to teaching. E' un breve compendio in cui l'autrice elenca una serie di strumenti web-based e di tipo free da utilizzare nella didattica, soprattutto delle lingue straniere. Ogni scheda è corredata da esempi, proposte operative in aula e fuori e skill linguistiche coinvolte. Premesso che sono un convinto sostenitore delle risorse a disposizione di chiunque e utilizzabili da qualunque postazione, in un'ottica di lifelong learning, il lavoro di Ana Maria mi sembra un'ottimo punto di partenza per quanti desiderino aprire le proprie prospettive e percorrere nuove strade per innovare la didattica.



Embedo, di seguito (sempre nell'ottica di: blog = anche raccolta di appunti personali), una bella e sintetica presentazione sul tema del PLE (Personal Learning Environment), sul quale a breve scriverò un post più articolato.


Infine, chiudo segnalando il post di Pier Cesare Rivoltella, Scuola del futuro?, contenente una serie di interessanti spunti di riflessione, a seguito di un progetto annuale sviluppato in alcune scuole. I filoni da lui individuati sono essenzialmente tre: mind the gaps (importanza di tenere conto delle distanze / differenze, per esempio quelle tra nativi digitali e docenti); considerare la complessità (quindi progettare bene i passaggi per inserire le tecnologie in aula in modo proficuo); frequentare i confini (abbandonare i punti di vista puri, ma, per esempio, iniziare a tener conto anche degli incroci e delle contaminazioni tra saperi).

sabato 5 giugno 2010

A proposito di buona educazione

E' sempre stata una prassi quando ero bambino (e poi anche dopo), nella mia famiglia e credo in moltissime altre, ascoltare le raccomandazioni dei "grandi" prima di andare da qualche parte, soprattutto se dovevamo avere a che fare con "altre persone". Ci sembravano petulanti, noiose, ripetitive, inutili. Qualcuna la rispettavamo, qualcun'altra no, sperando di sfuggire agli occhi vigili dei controllori e godendo del gusto peccaminoso del proibito: disubbidire a ordini metodicamente impartiti. Crescendo, ovviamente, ci siamo resi conto dell'importanza di alcuni atteggiamenti da tenere in società, non quella dei romanzi di Tolstoj o di Balzac, ma la comunità in cui viviamo, lavoriamo, ci divertiamo, ma soprattutto dove abbiamo la fortuna di confrontarci, quotidianamente, con altre "unità carbonio" (concedetemi questa licenza dal film Star Trek del 1979), dotate di una loro intelligenza, di una loro visione del mondo, di una loro sensibilità: insomma del loro carattere. Alla fine ci siamo resi conto della crucialità del concetto di "rispetto", anche se, con buona pace della coerenza, lo pretendiamo nei nostri confronti, ma fatichiamo molto a concederlo a chi ci sta di fronte. Scrivo ciò dopo aver letto, almeno tre volte, il bellissimo post di Sergio Maistrello. Commentando lo scritto, ho promesso che avrei diffuso, da questo blog, le sue parole, invitando a leggerle anche nelle scuole; magari dal prossimo settembre visto che ormai l'anno si è virtualmente concluso. Sergio ci fornisce un decalogo, in versione beta, su ciò che implica scrivere, condividere e vivere online. Le Rete offre immense opportunità, ma spesso dimentichiamo che Internet non è una zona franca dove è sufficiente avere un avatar, uno pseudonimo, una faccia qualunque per potersi dissimulare e, quindi, calpestare, magari non intenzionalmente, le regole più elementari della vita sociale. Cito ancora Sergio: "ci sono milioni di persone, là fuori, che pensano di guidare un triciclo al parco giochi e non si rendono conto di essere invece al volante di un bolide in autostrada. Possono farsi male e possono fare del male agli altri. Nella più assoluta buona fede, sono inconsapevoli della dimensione in cui stanno operando e delle ripercussioni delle loro azioni sociali. Strumenti come Facebook richiedono ai loro utenti di maturare in pochi giorni un’alfabetizzazione alla socialità digitale che noi più fortunati pionieri della socialità digitale abbiamo invece avuto modo di sviluppare nel corso degli anni". E' maledettamente vero. In questo blog si è sottolineata più volte l'importanza di un'educazione consapevole alle tecnologie. Soprattutto per quanto riguarda quelle della "comunicazione", cioè tutti i mezzi che permettono un contatto trasversale e immediato con chiunque e una condivisione quasi illimitata. I link si incrociano in una spaghetti junction inestricabile con il risultato di ingigantire, ogni secondo di più, l'immenso ipermedia che è la Rete o meglio che sono le reti, comprese quelle di interazione sociale che si creano e si disgregano con estrema facilità. Molti hanno teorizzato di una frantumazione dei confini geografici degli Stati a vantaggio di un'umanità trasversale, costituita da masse che si aggregano e si spostano in continuazione, seguendo rotte variegate. In questo quadro, mi sento di sottolineare con grande convinzione, tra i dieci spunti, il nono che così recita: "Sei nodo in una rete, anello in una catena. Ogni tua azione ha una conseguenza, seppur minima, a livello di sistema. Sei libero di pensare, esprimere e condividere quello che ti pare: quello che ci si aspetta da te è che sia quanto meno un’azione consapevole e ponderata". Di conseguenza, tutti i piccoli ingranaggi della catena hanno la propria dignità e un potere rilevante. Il riferimento di Sergio mi fa venire in mente una celebre variazione al tema del cosiddetto effetto farfalla: "il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo". Nel nostro caso specifico, il concetto può essere applicabile a un anonimo individuo (uno come noi), chiuso nella sua stanza, in uno sperduto paesino dei nostri monti che, in pochi clic, entra in contatto con centinaia, migliaia di persone, con la possibilità di scrivere qualunque cosa in grado di influenzare pesantemente il loro modo di essere e di vivere. Ecco perché, e lo ribadisco ancora una volta, è necessario che le Istituzioni si concentrino sul mondo frequentato dai nativi digitali e sulle loro abitudini che, è bene ricordarlo sempre, sono molto, molto distanti dai modelli educativi e comportamentali attuali. Insisto e continuerò a insistere sul ruolo strategico della Scuola che deve tornare a essere palestra di vita e di speranza. I ragazzi non hanno bisogno di magistri, bensì di insegnanti capaci di guidarli in maniera costruttiva e aiutarli nel padroneggiare le possibilità offerte dagli attuali strumenti a disposizione. Guardando al futuro e non ripiegandosi sul presente. Le nozioni possono essere apprese in molti contesti e in molti modi; le strategie migliori "per imparare" in maniera proficua, produttiva e continua, no. C'è bisogno di questo. La ricetta non è complicata e il fiume da guadare non è poi così profondo. Ci vuole coraggio. Ce lo chiedono i nostri figli.

domenica 23 maggio 2010

Barcamp InnovatoriPA 2010: un'occasione persa...per me

Riflessioni su quello che avrei voluto dire e non ho detto, ma che ho pensato e penso da tempo, anche su spunti altrui.

Questo post serve soprattutto a me per "esorcizzare" la delusione per non essere stato presente, per svariati motivi, all'evento. Almeno sono riuscito a guardare lo streaming con le micro-presentazioni da 5 minuti della mattina del 19 maggio. L'entusiasmo, gli spunti, le idee, le suggestioni dei relatori e anche quelle che, di certo, saranno emerse durante i tavoli del pomeriggio dimostrano che c'è una grande vitalità tra gli Innovatori, risorsa importante e decisiva per ravvivare lo spento flusso di motivazioni all'interno della PA. Quest'ultima (da quella centrale, agli enti locali, al mondo della formazione e dell'istruzione) si muove e cambia rotta con la velocità di un bradipo, ma non credo potrà continuare a fare a meno in eterno dei fermenti che provengono dal gruppo Innovatori. Il nostro paese soffre di molteplici croniche contraddizioni tipicamente "italiche": da un lato il Ministro della Funzione Pubblica promuove la digitalizzazione delle PA, dall'altro vieta l'uso di Facebook in ufficio; oppure vengono premiati gli istituti scolastici (durante il convegno “A scuola di innovazione”), mentre i docenti continuano a sequestrare i cellulari ai propri alunni in aula. Due miei amici hanno partecipato e hanno contribuito con interventi puntuali ai lavori: sono d'accordo con Ernesto e con la sua declinazione dei "Dieci comandamenti dell'amministrazione digitale" (a proposito, mi ha promesso che posterà le slide), soprattuto con il quinto: "Basta con i progetti pilota e le sedi campione". Anche in questo blog, infatti, per la parte educativa, si è detto dell'importanza di chiudere la fase delle sperimentazioni sull'uso delle tecnologie nella scuola per passare a un secondo step e cominciare a ragionare sulla revisione dei curricoli, in ottica digitale. Come non condividere l'appello di Caterina (qui la sua presentazione) a non temere e vietare i social network che hanno nella condivisione di conoscenza il cuore pulsante. Spesso, infatti, trascinati da posizioni ideologiche, molti dimenticano quanto l'antropologia ci ha spiegato e cioè che l'uomo è un animale sociale: vive in un contesto, migliora o peggiora a seconda delle relazioni che costruisce, impara dagli altri e con gli altri e, contemporaneamente, insegna agli altri. I social media sono la naturale evoluzione delle modalità con cui le dinamiche sociali si sviluppano nel XXI secolo. Nella mia vita lavorativa, ho avuto la fortuna di far parte dei vari comparti della PA (scuola, università e, da poco, Regione) e posso affermare che la questione non si pone in ambito "professionale". Ci sono tanti bravi operatori che amano il proprio lavoro e sono pronti a fare i passi necessari per innovare le loro competenze e migliorare le condizioni dei servizi offerti ai cittadini. E' tempo di attuare una svolta radicale, non necessariamente in termini di infrastrutture tecnologiche (anche se il tema del digital divide è sempre attuale, ovunque), quanto piuttosto di approccio e cioè educare alla consapevolezza dell'uso dei social media (cito Caterina e sono tremendamente d'accordo con lei). Al di là di considerazioni etiche, educative, professionali, giuridiche, è una questione di opportunità. Il compito di tutti è e sarà far riscoprire e far apprezzare la bellezza di potersi esprimere liberamente, condividere, diffondere, argomentare, ma, soprattutto, avere il coraggio, se e quando si avverte la necessità, di cambiare idea.

venerdì 2 aprile 2010

Connecting and learning teachers

Lo spunto per questo post viene da un pezzo di Will Richardson intitolato “Connected teacher” che, a sua volta, muove da alcune riflessioni sulla bozza del National Education Technology Plan, elaborato dall’Amministrazione Obama sull’utilizzo effettivo delle tecnologie per migliorare la didattica e l’apprendimento nelle scuole americane (in fondo al post il video di Arne Duncan, Secretary of Education). Tra gli obiettivi che si pone il documento è quello di connettere gli insegnanti tra loro per migliorare le proprie capacità didattiche. Richardson suggerisce, a mio avviso in maniera calzante, che la partecipazione degli insegnanti a comunità di pratica richieda un livello molto elevato di partecipazione e condivisione, oltre a un altro aspetto forse ancora più decisivo: i docenti devono considerare se stessi soprattutto come learners (non a caso uso il termine inglese non tradotto) in classe insieme ai loro studenti. Inoltre, diventa cruciale il ruolo della formazione in servizio, in termini di indicazioni pertinenti su come utilizzare strategie efficaci per migliorare e potenziare il proprio apprendimento online, soprattutto in riferimento al problema dell’information overload. Questi aspetti sono, a mio avviso, nodali se vogliamo realmente un cambio di rotta sulla programmazione curricolare a livello nazionale. Gli Stati Uniti sono decisi a seguire questa rotta e noi a che punto siamo? Molteplici studi (Ferri, Rivoltella, ecc.) sottolineano che uno degli scopi della “scuola in era digitale” è quello di educare i ragazzi a un uso consapevole dei media, quindi la domanda è: il nostro sistema scolastico è pronto a supportare i docenti in questo delicato compito?
A questo proposito, un interessate spunto metodologico proviene dal modello elaborato da Dave Snowden, costituito da due dimensioni: una verticale, basata sul maggiore o minore livello di astrazione; e una orizzontale, basata sulla cultura, intesa come rapporto tra insegnamento e apprendimento. Le possibili interazioni sono quattro: Low abstraction - Teaching, i materiali sono quelli ufficiali e strutturati; Restricted abstraction - Teaching, è il campo degli esperti e il contesto è dato da sistemi professionali in campo educativo, mentre l’appartenenza alla comunità è formale piuttosto che informale; Restricted abstraction - Learning, il livello di astrazione è più orientato all'esperienza comune che al linguaggio specialistico, per comunicare in questi ambienti bisogna condividere esperienze, vissuto e valori. E’ anche l'area per la serendipity (secondo Bowles, la ricerca umana della conoscenza può avvenire per caso, o come sottoprodotto del compito principale, fonte: “Of serendipity”); Low abstraction - Learning, è lo spazio meno strutturato dove l’utilizzo di tecnologie di rete può essere più o meno utile.

Di seguito, il video in cui Duncan invita i docenti a postare commenti, video, esperienze sul National Education Technology Plan e chiude con una frase significativa: “Technology has the potential to transform education. With your help, we can make that happen” (La tecnologia ha il potenziale per trasformare l'istruzione. Con il vostro aiuto, possiamo far sì che ciò accada).

sabato 30 gennaio 2010

Usiamo davvero le tecnologie?

Nel lontano 1979 (uso la parola lontano, in quanto 31 anni sono molti in termini di evoluzione tecnologica e approcci didattici), Olson, nel saggio “Linguaggi, media e processi educativi”, sottolineava la necessità di un insegnamento-apprendimento multimediale. Dal suo punto di vista, i mezzi della comunicazione e dell’istruzione non sono vie opzionali per perseguire lo stesso scopo, ma vie ottimali per raggiungere scopi diversi. Nonostante i diversi lustri trascorsi, il suo pensiero mi sembra attuale nella didattica di qualunque disciplina e, soprattutto, per quanto riguarda le lingue straniere. In molti casi, le tecnologie e i computer sono entrati nelle scuole di ogni ordine e grado in maniera dirompente e gli insegnanti hanno dirottato nei laboratori molte delle attività ordinarie che si svolgevano in classe: dal gesso alla scrittura su schermo proiettata su un muro, dai quaderni ai singoli elaborati su file da parte degli allievi, dalle enciclopedie polverose delle biblioteche di istituto a Internet e/o Wikipedia et alii. Quindi, volendo parafrasare Olson, i computer sono diventati delle vie opzionali per raggiungere lo stesso scopo (perché mi devo imbrattare di gesso quando posso scrivere o far scrivere su una tastiera?). Ovviamente la colpa non è del tutto attribuibile agli insegnanti o ai ragazzi. Manca, infatti, nel nostro sistema di istruzione e formazione, una seria analisi sui presupposti pedagogici nell’utilizzo delle tecnologie come mezzi per raggiungere obiettivi educativi. La domanda o le domande che ci si deve porre non sono, a mio avviso, “Che cosa fa questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Che cosa posso fare con questa tecnologia o questo strumento?”, bensì “Che cosa (come) posso imparare / insegnare usando (con l’aiuto di) questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Come posso usare questa tecnologia o questo strumento per imparare / insegnare?”. Sembrano frasi banali, ma non lo sono. Un approccio di questo tipo capovolgerebbe completamente la prospettiva, ponendo la didattica e l’apprendimento in una posizione predominante, lasciando alle tecnologie il ruolo di facilitatori o catalizzatori. Anni fa le nostre scuole hanno ricevuto ingenti finanziamenti per attrezzare dei laboratori informatici e/o linguistici. Mi piacerebbe conoscere, oggi, la reale percezione che dirigenti scolastici, docenti, allievi, genitori, personale ATA hanno di questi strumenti. Li sentono integrati nella normale attività didattica quotidiana o sono solo degli “attrezzi” di svago e da utilizzare “per realizzare qualcosa da mostrare al sindaco o all’assessore di turno quando vengono a farsi un giro nella nostra scuola?”. Sto seguendo con interesse l’evolversi del Progetto Cl@assi 2.0, sperando che non si risolva in un ennesimo canale per “obbligare” le scuole a rinnovare il loro parco tecnologico, magari acquistando una o più lavagne interattive multimediali (LIM), con il rischio che il “giocattolo”, dopo l’entusiasmo iniziale, passi di moda e faccia la fine dei computer nei laboratori che, giorno dopo giorno, si ricoprono della polvere dell’indifferenza didattica. Olson, comunque, sosteneva anche che i mezzi della comunicazione e dell’istruzione si rapportano ad altrettanti modi di essere intelligenti: le diverse intelligenze (Gardner) possedute dall’individuo sono legate alle specifiche abilità richieste e prodotte dai singoli media, così come esistono diverse culture nelle diverse collettività umane a seconda dei media prevalenti utilizzati (fonte: Varisco, 2000). Anche questo mi pare un aspetto cruciale che merita di essere approfondito, poiché non va mai dimenticato che il fine dell’insegnamento non è stupire i ragazzi con effetti speciali (cito, impropriamente, lo slogan di una pubblicità cult dei mitici anni ‘80 del secolo scorso), quanto piuttosto quello di prepararli a un apprendimento permanente che non si esaurisce all’inizio del mese di giugno o dando le spalle al professore barbuto e alieno in un’aula universitaria dopo aver conquistato la sua agognata firma sul libretto, ma prosegue ogni momento, ogni giorno, ovunque.

mercoledì 13 gennaio 2010

Digital Natives vs Digital Immigrants

Il tema è noto ed è uno dei più interessanti, a mio avviso, per chi si occupa di formazione, a tutti i livelli, anche e forse soprattutto per chi opera nel campo della didattica delle lingue straniere. I termini della questione sono ormai ampiamente conosciuti: Marc Prensky, in un articolo del 2001, conia i termini “Digital Natives” (“Nativi Digitali”, d’ora in poi definiti “nativi”) e “Digital Immigrants” (“Immigrati Digitali”, d’ora in poi definiti “immigrati”), distinguendo tra i primi, nati dalla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 in poi, che hanno un rapporto con la tecnologia, di norma, più immediato e intuitivo di quello delle generazioni precedenti, e gli immigrati che hanno dovuto, o dovrebbero, imparare un nuovo linguaggio. I nativi nascono già interattivi, propensi all'ipertesualità e multitasking, capaci cioè di utilizzare vari mezzi passando, indifferentemente e con naturalezza, da uno all’altro. Tonino Cantelmi, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, in un’intervista al Corriere della Sera, spiega di aver esaminato un vasto campione di bambini, nati a partire dal 2002, concentrandosi sulle caratteristiche dei figli della “generazione di mezzo” e nipoti dei “predigitali”. E’ venuto fuori che “questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti saranno spesso uomini e donne incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle”. Appare evidente come le implicazioni di questo discorso in campo didattico siano enormi . In un dibattito dal titolo “Nativi digitali 2.0, la scuola li annoia”, tenutosi il 20 marzo 2009 presso la Fast di Milano, Paolo Ferri dell’Università Milano-Bicocca utilizza un efficace paragone per mostrare il suo punto di vista sui limiti della scuola di oggi: “Quando negli Anni Ottanta ci si recava nella Germania dell’Est, avevamo la sensazione di tornare indietro di trent’anni. È la stessa sensazione che hanno ogni giorno i nostri figli quando entrano a scuola. Noi abbiamo di Londra l’idea che ce ne ha dato per anni Sandro Paternostro. Loro passeggiano nelle sue strade senza esserci mai fisicamente stati. Noi incontravamo gli amici al bar, loro vanno su Facebook”. Durante lo stesso incontro, a proposito dei metodi di insegnamento più adatti, Gianni Degli Antoni dell’Università Statale di Milano, padre dell’informatica milanese, propone una soluzione e cioè: “Insegnare loro coinvolgendoli nel loro terreno. Inutile far loro comprare costosi volumi di Storia, ma bisogna far scrivere a loro stessi la Storia, sollecitandoli ad andare a trovare le fonti su Internet. Sbaglieranno anche, ma è l’unico modo per far loro costruire un pensiero critico”. Inoltre, è stato osservato (Kvavik, 2005) che i nativi, in quanto soggetti esperti o “nuovi saggi” (Prensky, 2009), usano le tecnologie di rete soprattutto per motivi privati, personali e sociali e che concentrano la loro attenzione sul processo e sui risultati dello scambio comunicativo, piuttosto che sulla precisione espressiva e linguistica. Di seguito accludo una slide riferita a un illuminante lavoro della ricercatrice canadese Diana Oblinger (fonte: “Eli” di Elisabetta Cigognini) che riporta una sintesi di alcuni dati sul rapporto tra giovani digitali e tecnologie, in particolar modo di rete.




Ancora, girovagando sulla rete e imbattendomi nella definizione di “Nativo Digitale” tratta dalla sezione italiana di Wikipedia, ho trovato il link del progetto “Digital Natives” condotto da un team di ricercatori provenienti dal “Berkman Center for Internet & Society” di Harvard e dal “Research Center for Information Law” dell’Università di San Gallo in Svizzera, il cui obiettivo è indagare e tentare di fornire delle chiavi interpretative e di supporto alle giovani generazioni durante la loro “crescita” nella società digitale e, di conseguenza, comprendere le dinamiche e le caratteristiche di cosa realmente significhi essere dei “nativi digitali”. Alla luce di quanto detto, mi sembra necessaria una riflessione che parta dal basso e cioè da tutti gli operatori della formazione, ma che arrivi in alto tra chi ha il compito istituzionale di programmare e pensare la scuola e la formazione del futuro. Non si contano, ormai, i progetti o le sperimentazioni sull’utilizzo delle tecnologie nell’istruzione, a tutti i livelli. Credo che sia arrivato il momento di cambiare metodo e approccio all’insegnamento, perché è l’apprendimento che lo richiede: bisogna integrare il mondo che i ragazzi vivono fuori dalle mura scolastiche in maniera definitiva all’interno dei curricoli. Un tempo vi erano i pallottolieri, poi sostituiti dalle calcolatrici, poi dai PC. E’ il caso che a scuola entrino i blog, i social network, non soltanto in termini di strumenti, ma soprattutto di filosofia e di pratica pedagogica nell’utilizzo degli stessi. E smettiamola, infine, di usare l’espressione “nuove tecnologie”. Saranno forse sempre nuove per noi immigrati, ma non certo per i nativi. Per loro non sono né migliori né peggiori, né nuove ne vecchie rispetto ad altre. Esistono, semplicemente, e non saprebbero immaginare un mondo senza di esse. La mia nipotina di due anni, Camilla, tratta l'iPhone del padre come se l'avesse sempre conosciuto. Le dita paffutelle si muovono con sicurezza e le basta scoprire una prima volta una funzionalità per ripeterla, successivamente, con precisione. Ecco, il futuro cammina più rapidamente delle parole e la piccola bambina viaggia a una velocità che a noi immigrati era sconosciuta alla sua età. Prima ce ne renderemo conto e meglio sarà per tutti. Mi sono dilungato un po’ troppo, ma si sarà capito che il tema mi appassiona molto, anche dal fatto che alcuni riferimenti all’argomento sono presenti fin dal primo post di questo blog. Concludo consigliando un interessante filmato di una delle trasmissioni di Current TV, in cui viene analizzato in maniera puntuale il rapporto tra i nativi digitali e i loro genitori, soprattutto in termini di modalità di comunicazione e apprendimento, con evidenti ricadute sul piano della didattica e della formazione (ho provato a inserire il filmato direttamente, ma impiega molto tempo per caricarsi, dura infatti circa 24 minuti. Per questo motivo ho inserito direttamente il link alla fonte web).