Per viaggio, ovviamente, intendo viaggio sulla rete e sui blog che seguo. Ho trovato un sacco di cosette interessanti qua e là e così ho deciso di segnarmele:
La presenza sociale dei nativi digitali sui network (Facebook, Twitter, ecc.) è massiccia ovunque nel mondo, anche a discapito di forme di social media radicate e diffuse quali i blog. Alle indagini citate nei post precedenti, aggiungo un’altra della Pew Internet & American Life Project intitolata: Social Media and Young Adults, parte di una serie di report finalizzati a identificare le attitudini e i comportamenti della cosiddetta “Millennial generation” (Millennials. A portrait of generation next). L’indagine delinea una società (quella americana) in cui l’utilizzo dei blog tende a scemare nelle giovani generazioni (e non per gli adulti), a scapito di tipologie di microblogging che contemplano l’aggiornamento continuo dei propri status online. La presenza sui social network è aumentata considerevolmente per tutte le fasce di età: maggiormente per gli adolescenti (73%) rispetto agli adulti (43%). Facebook rimane, comunque, lo strumento più utilizzato. Quest’ultimo dato è confermato anche dalle informazioni presenti nell’infografica postata in All Facebook (via Catepol). Il popolare social network è passato da un milione di membri attivi nel 2004 a 400 milioni nel 2010, con l’Italia che si piazza al sesto posto tra i primi 10 paesi con il maggior numero di utenti (quasi 15 milioni). Il dato più significativo, a mio avviso, è quello relativo al numero di micro-contenuti (foto, video, link, post dai blog, ecc.) inseriti ogni mese, che è pari a 5 miliardi. Ciò significa un’impressionante e incontrollabile mole di informazioni scambiate tra gli utenti, con il rischio concreto di un “soffocamento informativo”. E’ questo forse il più grande quesito che la società e i sistemi educativi contemporanei si trovano ad affrontare. Nel XXI secolo tutti abbiamo a disposizione molteplici modalità e canali di accesso alle informazioni e, di conseguenza, la sfida maggiore è trovare i mezzi più efficaci per districarci tra link, rimandi, citazioni, post, ecc., e recuperare conoscenza utile al nostro percorso formativo (ormai è indiscutibile che l’apprendimento permanente sia parte vitale e imprescindibile della nostra esistenza). Il compito degli educatori è, poi, ancora più complesso, perché implica un secondo livello di analisi e cioè come guidare le giovani generazioni in questo oceano. Le istituzioni sono chiamate a confrontarsi al più presto con tale problematica e ogni giorno di ritardo è quantomeno deleterio per l’identificazione di buone prassi da esportare nel nostro sistema educativo, ormai obsoleto e non connesso.
Lo spunto per questo post viene da un pezzo di Will Richardson intitolato “Connected teacher” che, a sua volta, muove da alcune riflessioni sulla bozza del National Education Technology Plan, elaborato dall’Amministrazione Obama sull’utilizzo effettivo delle tecnologie per migliorare la didattica e l’apprendimento nelle scuole americane (in fondo al post il video di Arne Duncan, Secretary of Education). Tra gli obiettivi che si pone il documento è quello di connettere gli insegnanti tra loro per migliorare le proprie capacità didattiche. Richardson suggerisce, a mio avviso in maniera calzante, che la partecipazione degli insegnanti a comunità di pratica richieda un livello molto elevato di partecipazione e condivisione, oltre a un altro aspetto forse ancora più decisivo: i docenti devono considerare se stessi soprattutto come learners (non a caso uso il termine inglese non tradotto) in classe insieme ai loro studenti. Inoltre, diventa cruciale il ruolo della formazione in servizio, in termini di indicazioni pertinenti su come utilizzare strategie efficaci per migliorare e potenziare il proprio apprendimento online, soprattutto in riferimento al problema dell’information overload. Questi aspetti sono, a mio avviso, nodali se vogliamo realmente un cambio di rotta sulla programmazione curricolare a livello nazionale. Gli Stati Uniti sono decisi a seguire questa rotta e noi a che punto siamo? Molteplici studi (Ferri, Rivoltella, ecc.) sottolineano che uno degli scopi della “scuola in era digitale” è quello di educare i ragazzi a un uso consapevole dei media, quindi la domanda è: il nostro sistema scolastico è pronto a supportare i docenti in questo delicato compito?
A questo proposito, un interessate spunto metodologico proviene dal modello elaborato da Dave Snowden, costituito da due dimensioni: una verticale, basata sul maggiore o minore livello di astrazione; e una orizzontale, basata sulla cultura, intesa come rapporto tra insegnamento e apprendimento. Le possibili interazioni sono quattro: Low abstraction - Teaching, i materiali sono quelli ufficiali e strutturati; Restricted abstraction - Teaching, è il campo degli esperti e il contesto è dato da sistemi professionali in campo educativo, mentre l’appartenenza alla comunità è formale piuttosto che informale; Restricted abstraction - Learning, il livello di astrazione è più orientato all'esperienza comune che al linguaggio specialistico, per comunicare in questi ambienti bisogna condividere esperienze, vissuto e valori. E’ anche l'area per la serendipity (secondo Bowles, la ricerca umana della conoscenza può avvenire per caso, o come sottoprodotto del compito principale, fonte: “Of serendipity”); Low abstraction - Learning, è lo spazio meno strutturato dove l’utilizzo di tecnologie di rete può essere più o meno utile.
Di seguito, il video in cui Duncan invita i docenti a postare commenti, video, esperienze sul National Education Technology Plan e chiude con una frase significativa: “Technology has the potential to transform education. With your help, we can make that happen” (La tecnologia ha il potenziale per trasformare l'istruzione. Con il vostro aiuto, possiamo far sì che ciò accada).
I docenti hanno da sempre evidenziato che, tra i problemi legati all’eventuale integrazione di tecnologie di rete nella didattica d’aula, vi è quello della valutazione. Come essere sicuri di riuscire a individuare e valutare le reali produzioni dei ragazzi? Domanda complessa che richiede una riflessione complessa e approfondita. Se diamo per scontato che il social web implica la ridefinizione di una nuova pedagogia, per tutte le discipline e soprattutto per l’insegnamento delle lingue straniere, la naturale conseguenza e ripensare alla valutazione delle produzioni degli studenti. Nuove competenze vengono richieste sia a loro sia agli insegnanti (Richardson, nel suo testo su Blogs, Wikis, Podcasts individua quattro nuove funzioni per il docente: connector, content creator, collaborator, coach). Stephen Downes, in un interessantissimo post fa riferimento a due rubriche di Clarence Fisher: una dedicata ai blog e una dedicata alle connessioni. Mi sembra si tratti documenti da cui partire per poter operare una riflessione approfondita. Da segnalare, sul tema, due fonti. Il bell’articolo di Dan Conover, Blogging in the new decade, secondo cui negli ultimi anni l’avvento dei social network (Facebook, Twitter, Friendfeed) e la conseguente limitazione del numero di caratteri nei post, rende i blog la parte più strutturata dell’informazione, mentre ai network è delegato il compito di amplificare questi contenuti, con rimandi e link ai siti di riferimento (cito da un post di Granieri: “i social network sono pertanto una forma di distribuzione del blog”). L’altra è il numero di marzo/aprile di Form@re interamente dedicato al rapporto tra blog, didattica e apprendimento.
Alla fine doveva succedere: negli Stati Uniti Facebook ha superato Google, in termini di popolarità (il numero dei visitatori è 7,07% a 7,03%), secondo un sondaggio riportato dal Financial Times, che analizza esclusivamente i clic sulle rispettive homepage (di fatto escludendo tutti i servizi google-based quali Reader, Docs, Mail, ecc.). Dall'immagine in basso, si può notare come la crescita di Facebook sia stata vertiginosa nell'ultimo anno, mentre la linea riferita a Google si sia mantenuta, tutto sommato, costante. Il dato si presta a numerose interpretazioni, ma su tutte è evidente come la rete, nei suoi utilizzatori, stia evolvendo verso un paradigma socio-collaborativo, legato ai social network, più che meramente esplorativo, in termini di ricerca di informazioni. Ampliando un concetto caro a Sherry Turkle, la conoscenza sulla rete e dalla rete non viene più acquisita in maniera passiva, ma diventa navigabile e condivisibile. Shephen Downes, in un suo recente post, afferma che "the intent of social learning is to generate practice and experience with idea of growing or developing personal capacity - as opposed to learning as the 'transfer' of knowledge" (lo scopo dell'apprendimento sociale è generare pratica ed esperienza con l'idea di accrescere o sviluppare le capacità personali - in opposizione all'apprendimento inteso come mero 'trasferimento' di conoscenza). I dati del sondaggio sembrano proprio confermare questo assunto.
Ho letto con molto interesse l'articolo, dal sito del quotidiano "La Repubblica", sulla University of People, fondata dall'imprenditore israeliano Shai Reshef. L'idea della formazione universitaria online non è nuova, come è risaputo, ma questo progetto è particolare per due aspetti: il primo è la quasi totale gratuità dell'accesso ai materiali e alle attività; l'altro, che è forse il più interessante, è legato alla la filosofia del social networking che guida il sistema: all'interno della comunità gli studenti possono condividere risorse, scambiare idee, discutere su temi, inviare i propri materiali per la correzione, fare esami. Si tratta di un'organizzazione no-profit che, si legge dal sito, è dedicata al "global advancement and democratization of higher education": online education per tutti, dappertutto. La mission si basa su cinque principi: opportunità, accessibilità, comunità, integrità, qualità. I requisiti per accedere? Avere un diploma di scuola secondaria superiore, dimostrare una buona conoscenza delle lingua inglese, avere accesso a un computer con la connessione a Internet. La University of People è, ovviamente, presente in tutti i social network più diffusi. Il principio di fondo è molto simile a quello del progetto WikiEducator, portato avanti da una comunità online che "produce apprendimento gratuito", per combattere le differenze tra le varie popolazioni del mondo nel libero accesso alla conoscenza.