martedì 16 marzo 2010

University of people

Ho letto con molto interesse l'articolo, dal sito del quotidiano "La Repubblica", sulla University of People, fondata dall'imprenditore israeliano Shai Reshef. L'idea della formazione universitaria online non è nuova, come è risaputo, ma questo progetto è particolare per due aspetti: il primo è la quasi totale gratuità dell'accesso ai materiali e alle attività; l'altro, che è forse il più interessante, è legato alla la filosofia del social networking che guida il sistema: all'interno della comunità gli studenti possono condividere risorse, scambiare idee, discutere su temi, inviare i propri materiali per la correzione, fare esami. Si tratta di un'organizzazione no-profit che, si legge dal sito, è dedicata al "global advancement and democratization of higher education": online education per tutti, dappertutto. La mission si basa su cinque principi: opportunità, accessibilità, comunità, integrità, qualità. I requisiti per accedere? Avere un diploma di scuola secondaria superiore, dimostrare una buona conoscenza delle lingua inglese, avere accesso a un computer con la connessione a Internet. La University of People è, ovviamente, presente in tutti i social network più diffusi. Il principio di fondo è molto simile a quello del progetto WikiEducator, portato avanti da una comunità online che "produce apprendimento gratuito", per combattere le differenze tra le varie popolazioni del mondo nel libero accesso alla conoscenza.

mercoledì 10 marzo 2010

I social media avanzano

Può sembrare banale, ma non lo è. Ho usato il termine “avanzare” con la consapevolezza che anche in Italia il cosiddetto “mondo accademico” si sta interessando in maniera profonda alla questione, soprattutto in termini di impatto sulla vita sociale, economica, educativa di tutti noi. La rivista Form@re, diretta da Antonio Calvani che, in occasione del decennale, si è trasformata da Newsletter a Online Journal, ha dedicato un numero monografico al tema: “Social networking e web 2.0 per la didattica: istruzioni e precauzioni per un (buon) uso”. I contributi sono interessantissimi e offrono una serie di spunti di riflessione abbastanza approfonditi. Segnalo, quindi, il video di MediaGroupTV sui social media...



...(cliccare qui per la versione “sbobinata”) e un altro video breve (due minuti) ma calzante e dal titolo inequivocabile “Che cosa diavolo sono i social media”, rintracciato in quell'inesauribile fonte di risorse che è il Blog di Catepol. Infine, gironzolando nel mio blogroll ho scovato un articolo di Stephen Downes (uno dei due guru del connettivismo, assieme a George Siemens) sulle sette abitudini che le persone “altamente connesse” dovrebbero avere: essere reattivi, seguire il flusso, la connessione per prima, condividere, leggere i manuali prima di chiedere aiuto in maniera ponderata, cooperare, essere se stessi. Domanda: è realmente così? E se la risposta è positiva, possiamo considerarci “altamente connessi” secondi questi parametri?

domenica 28 febbraio 2010

Nativi digitali in gara

L’Iit-Cnr (Istituto di informatica e telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche), in collaborazione con Current, il social network fondato da Al Gore, e Registro.it, ha lanciato il progetto “Nativi digitali”. L'iniziativa ha lo scopo di diffondere la cultura di Internet nelle scuole, ponendo attenzione sugli aspetti positivi della rete e sulle opportunità che essa può offrire a chi abbia fantasia e idee. Saranno numerosi gli studenti italiani degli istituti superiori a essere coinvolti in questo concorso di idee. Nelle prossime settimane verranno inviati migliaia di kit alle scuole, che forniranno gli spunti di partenza per permettere ai ragazzi di elaborare le loro proposte. Le migliori non saranno soltanto premiate, ma anche realizzate in concreto: alla ricerca di nuovi Larry Page e Mark Zuckerberg (i fondatori di Facebook) (fonte: Corriere della Sera). A completamento, segnalo il video introduttivo dei lavori del seminario internazionale dell'ADI (Associazione Docenti Italiani) “Da Socrate e Google. Come si apprende nel nuovo millennio”, svoltosi a a Bologna il 27 e 28 Febbraio 2009...



...e il libro elettronico che raccoglie gli atti dei convegni organizzati da Media 2000 sul tema dei nativi digitali.

sabato 27 febbraio 2010

Ancora sul connettivismo

Ecco un video (in inglese) semplice semplice sul connettivismo e sulle implicazioni che i nuovi docenti si trovano ad affrontare. Da segnalare, verso la fine, l'elenco dei ruoli dell'insegnante considerato come responsabile principale del mantenimento e della sopravvivenza della "learning network" (rete di apprendimento): learning architect, modeler, learning consierge, connected learning incubator, network sherpa, synthesizer, change agent.

venerdì 26 febbraio 2010

La scuola 2.0 e i nativi digitali

Una brillante presentazione di Paolo Ferri, Professore Associato e docente di Tecnologie didattiche e Teoria e tecnica dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca, che affronta il tema dei nativi digitali e il loro rapporto con le tecnologie. Altro aspetto essenziale del lavoro è una riflessione su come la scuola dovrebbe cambiare approccio. Non si tratta di "piegarsi" alle necessità dei nuovi allievi, quanto piuttosto, a mio avviso, immaginare ambienti di apprendimento per utenti multitasking, di cui la scuola attuale è sprovvista con conseguente allontanamento dal mondo in cui vivono i suoi soggetti target.


venerdì 19 febbraio 2010

Il docente nell’era dei network digitali

Il ruolo del docente nell’epoca dei network digitali è destinato a cambiare. George Siemens, il teorico del connettivismo, ritiene che l’apprendimento sia strettamente legato alla nostra capacità di creare connessioni con persone, idee e concetti (alcune delle quali possono essere deboli e non produrre risultati), anche attraverso tecnologie di rete. Queste non rappresentano una novità in termini sostanziali, quanto piuttosto l’estensione delle modalità di produzione e trasmissione della conoscenza che l’uomo ha da sempre cercato di potenziare negli ultimi 500 anni. Il connettivismo, quindi, si pone l’obiettivo di spiegare gli effetti delle tecnologie sul nostro modo di vivere, di comunicare e, soprattutto, di apprendere. Al di là delle implicazioni pedagogiche (consiglio l’articolo di Calvani, “Connectivism: new paradigm or fascinating pot-pourri?”, per una visione critica della teoria), il docente è comunque portato a confrontarsi con il nuovo modo di relazionarsi dei suoi allievi. A questo proposito, credo sia utile la lettura di un articolo dello stesso Siemens tratto dal suo blog, “Teaching in Social and Technological Networks”, che tratta l’argomento. In breve, a suo parere, “social and technological networks subvert the classroom-based role of the teacher”; quest’ultimo si trova, quindi, a dover acquisire nuove competenze quali: “amplifying, curating, wayfinding and socially-driven sensemaking, aggregating, filtering, modeling, persistent presence”. Di seguito una video-intervista (in inglese) a Siemens sulla teoria del connettivismo.


giovedì 18 febbraio 2010

Tecnologia buona, tecnologia cattiva

Il tema, ancora una volta, è controverso e opinabile. Tornando da Macerata con alcuni colleghi, abbiamo discusso la questione, partendo dalla parafrasi di un assunto di McLuhan sulla televisione, che è diventato: “non è la tecnologia a essere buona o cattiva ma è l'uso che se ne fa”. Si tratta, come è chiaro, di una posizione neutrale o meglio “non invasiva”, ma guardando la storia dell’uomo non è poi del tutto distante dalla verità. Alcuni esempi. I nostri antenati potevano usare lance e spade per cacciare, tagliare pietre e/o legno, ma anche per uccidere; la stampa è stata, forse, la più grande conquista dell’umanità, ma spesso è usata per distruggere, piuttosto che per costruire; i mass media permettono una partecipazione globale ai fatti della storia, ma sono anche lo strumento principale di cui i regimi dittatoriali o debolmente democratici si servono per plagiare le folle. E poi com’è comico l’atteggiamento di chi sentenzia: “Io leggo i libri e i giornali perché Internet non è affidabile”. Libri e giornali sono fatti di carta. Cos’è la carta se non un altro tipo di tecnologia? Anzi è la tecnologia che noi, “immigrati digitali”, conosciamo meglio in quanto siamo nati nella sua "era". Qualcuno, inoltre, potrebbe sottolineare come il profumo della carta stampata o del libro antico non siano paragonabili allo schermo di un PC. Vero, ma come contraddire un “nativo digitale” che, capovolgendo la questione, esprima la sua preferenza per le interfacce user-friendly e amichevoli dei social network? Un ulteriore interlocutore potrebbe, infine, far notare che, a volte, i nuovi strumenti di comunicazione possono ritorcersi contro di noi, come racconta un articolo di Repubblica. Il pezzo tratta del rischio di come l’abitudine a fornire informazioni su Twitter, anche sulla nostra posizione, per esempio il non essere in casa a una certa ora, possa dare la giusta imbeccata ai malintenzionati sul momento giusto in cui svaligiare le nostre abitazioni, come pare sia successo ad alcuni noti personaggi d’oltre oceano. Il termine tecnologia, quindi, è molto ampio e comprende tutti gli strumenti che gli uomini hanno usato e usano per migliorare la propria condizione e per modificare il mondo circostante. La mia opinione al riguardo è banale, ma mi sembra la più adatta per definire le tecnologie, soprattutto in campo educativo, e rimanda alla parafrasi dell’assunto di McLuhan. Da questo punto di vista, un mio collega ha giustamente sottolineato come si possa fare della cattiva didattica sia con sia senza le tecnologie. Non è importante, allora, il “giocattolo”, ma il valore aggiunto che questo riesce a fornire al processo educativo e il modo in cui l’insegnante lo integra nell'attività didattica quotidiana, nella sua continua ricerca di metodi e tecniche per migliorare i risultati della sua azione formatrice.