sabato 27 febbraio 2010

Ancora sul connettivismo

Ecco un video (in inglese) semplice semplice sul connettivismo e sulle implicazioni che i nuovi docenti si trovano ad affrontare. Da segnalare, verso la fine, l'elenco dei ruoli dell'insegnante considerato come responsabile principale del mantenimento e della sopravvivenza della "learning network" (rete di apprendimento): learning architect, modeler, learning consierge, connected learning incubator, network sherpa, synthesizer, change agent.

venerdì 26 febbraio 2010

La scuola 2.0 e i nativi digitali

Una brillante presentazione di Paolo Ferri, Professore Associato e docente di Tecnologie didattiche e Teoria e tecnica dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca, che affronta il tema dei nativi digitali e il loro rapporto con le tecnologie. Altro aspetto essenziale del lavoro è una riflessione su come la scuola dovrebbe cambiare approccio. Non si tratta di "piegarsi" alle necessità dei nuovi allievi, quanto piuttosto, a mio avviso, immaginare ambienti di apprendimento per utenti multitasking, di cui la scuola attuale è sprovvista con conseguente allontanamento dal mondo in cui vivono i suoi soggetti target.


venerdì 19 febbraio 2010

Il docente nell’era dei network digitali

Il ruolo del docente nell’epoca dei network digitali è destinato a cambiare. George Siemens, il teorico del connettivismo, ritiene che l’apprendimento sia strettamente legato alla nostra capacità di creare connessioni con persone, idee e concetti (alcune delle quali possono essere deboli e non produrre risultati), anche attraverso tecnologie di rete. Queste non rappresentano una novità in termini sostanziali, quanto piuttosto l’estensione delle modalità di produzione e trasmissione della conoscenza che l’uomo ha da sempre cercato di potenziare negli ultimi 500 anni. Il connettivismo, quindi, si pone l’obiettivo di spiegare gli effetti delle tecnologie sul nostro modo di vivere, di comunicare e, soprattutto, di apprendere. Al di là delle implicazioni pedagogiche (consiglio l’articolo di Calvani, “Connectivism: new paradigm or fascinating pot-pourri?”, per una visione critica della teoria), il docente è comunque portato a confrontarsi con il nuovo modo di relazionarsi dei suoi allievi. A questo proposito, credo sia utile la lettura di un articolo dello stesso Siemens tratto dal suo blog, “Teaching in Social and Technological Networks”, che tratta l’argomento. In breve, a suo parere, “social and technological networks subvert the classroom-based role of the teacher”; quest’ultimo si trova, quindi, a dover acquisire nuove competenze quali: “amplifying, curating, wayfinding and socially-driven sensemaking, aggregating, filtering, modeling, persistent presence”. Di seguito una video-intervista (in inglese) a Siemens sulla teoria del connettivismo.


giovedì 18 febbraio 2010

Tecnologia buona, tecnologia cattiva

Il tema, ancora una volta, è controverso e opinabile. Tornando da Macerata con alcuni colleghi, abbiamo discusso la questione, partendo dalla parafrasi di un assunto di McLuhan sulla televisione, che è diventato: “non è la tecnologia a essere buona o cattiva ma è l'uso che se ne fa”. Si tratta, come è chiaro, di una posizione neutrale o meglio “non invasiva”, ma guardando la storia dell’uomo non è poi del tutto distante dalla verità. Alcuni esempi. I nostri antenati potevano usare lance e spade per cacciare, tagliare pietre e/o legno, ma anche per uccidere; la stampa è stata, forse, la più grande conquista dell’umanità, ma spesso è usata per distruggere, piuttosto che per costruire; i mass media permettono una partecipazione globale ai fatti della storia, ma sono anche lo strumento principale di cui i regimi dittatoriali o debolmente democratici si servono per plagiare le folle. E poi com’è comico l’atteggiamento di chi sentenzia: “Io leggo i libri e i giornali perché Internet non è affidabile”. Libri e giornali sono fatti di carta. Cos’è la carta se non un altro tipo di tecnologia? Anzi è la tecnologia che noi, “immigrati digitali”, conosciamo meglio in quanto siamo nati nella sua "era". Qualcuno, inoltre, potrebbe sottolineare come il profumo della carta stampata o del libro antico non siano paragonabili allo schermo di un PC. Vero, ma come contraddire un “nativo digitale” che, capovolgendo la questione, esprima la sua preferenza per le interfacce user-friendly e amichevoli dei social network? Un ulteriore interlocutore potrebbe, infine, far notare che, a volte, i nuovi strumenti di comunicazione possono ritorcersi contro di noi, come racconta un articolo di Repubblica. Il pezzo tratta del rischio di come l’abitudine a fornire informazioni su Twitter, anche sulla nostra posizione, per esempio il non essere in casa a una certa ora, possa dare la giusta imbeccata ai malintenzionati sul momento giusto in cui svaligiare le nostre abitazioni, come pare sia successo ad alcuni noti personaggi d’oltre oceano. Il termine tecnologia, quindi, è molto ampio e comprende tutti gli strumenti che gli uomini hanno usato e usano per migliorare la propria condizione e per modificare il mondo circostante. La mia opinione al riguardo è banale, ma mi sembra la più adatta per definire le tecnologie, soprattutto in campo educativo, e rimanda alla parafrasi dell’assunto di McLuhan. Da questo punto di vista, un mio collega ha giustamente sottolineato come si possa fare della cattiva didattica sia con sia senza le tecnologie. Non è importante, allora, il “giocattolo”, ma il valore aggiunto che questo riesce a fornire al processo educativo e il modo in cui l’insegnante lo integra nell'attività didattica quotidiana, nella sua continua ricerca di metodi e tecniche per migliorare i risultati della sua azione formatrice.

venerdì 12 febbraio 2010

Language Learning & Social Web (Web 2.0)

Un interessante video sul tema del social web e delle possibilità che esso offre per la didattica delle lingue straniere. Il filmato è una sintetica overview dei principali tool del web 2.0, per chi non sa cos'è e vuole cominciare a farsi un'idea.

sabato 6 febbraio 2010

Ancora sui social network

Facebook festeggia, in questi giorni, sei anni e 400 milioni di utenti e, per l’occasione, Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di novità sull’interfaccia del più popolare social network del mondo. Al di là delle considerazioni grafiche e di utility che si potranno fare, mi sono soffermato su una frase del suo fondatore: “in momenti di tragedie e di gioia, i cittadini del mondo vogliono connettersi e aiutarsi”. Parole sempre attuali e veritiere, anche alla luce dei numerosi sondaggi sul tema. Tra questi, ultimo solo in ordine di tempo, è lo studio presentato da Nielsen, uno degli osservatori internazionali più noti sulle tematiche del web, secondo cui il tempo pro capite trascorso, nel mondo, sui social network è aumentato dell'82% rispetto al mese di dicembre 2008 e, ovviamente, Facebook e Twitter fanno la parte del leone, mentre il “povero” MySpace continua a perdere colpi. Gli italiani, poi, oltre a essere un popolo di santi, navigatori, eroi, poeti, inventori, si rivelano anche un popolo di connessi poiché, sempre secondo questa indagine, trascorrono sei ore al mese collegati ai propri profili e si situano al quarto posto, preceduti da britannici, americani e australiani che, nonostante siano primi in classifica, passano appena 52 minuti in più di noi sulle web community (fonte: La Repubblica). Questi dati confermano che i network scompaginano il precedente confine tra comunicazione interpersonale e comunicazione di massa, tra quella pubblica e privata e che il livello di presenza sociale e di gratificazione online sono elevati e trasversali. Si sta, quindi, realizzando la società transnazionale prefigurata da Clifford Geertz nel 1999 e i media diventano sempre più non solo il canale, ma anche e soprattutto l’oggetto della comunicazione, stravolgendo i confini spaziali e temporali della nuova umanità che, libera da rigide convenzioni geografiche e culturali, si scompone e si ricompone seguendo direttrici legate a interessi comuni, passioni ed emozioni. Il mondo si va ridisegnando in maniera casuale e inconsapevole e i nostri ragazzi e noi stessi, è inutile negarlo, siamo parte di questo “nomadismo planetario digitale” che è la caratteristica principale della nostra società agli inizi del XXI secolo. Politici, famiglie, istituzioni, educatori e formatori devono saltare in fretta su questo immenso transatlantico in movimento continuo. Non c’è il rischio di perderlo perché torna sempre e ripassa ovunque, ma sarebbe un delitto ritardare e saltare alcune fermate per capire dove le generazioni che ci seguiranno hanno intenzione di approdare e, soprattutto, come ci approderanno continuando a muoversi, a sognare, a sperare, a innamorarsi e a fare amicizia a pochi metri dalla cucina di casa.

sabato 30 gennaio 2010

Usiamo davvero le tecnologie?

Nel lontano 1979 (uso la parola lontano, in quanto 31 anni sono molti in termini di evoluzione tecnologica e approcci didattici), Olson, nel saggio “Linguaggi, media e processi educativi”, sottolineava la necessità di un insegnamento-apprendimento multimediale. Dal suo punto di vista, i mezzi della comunicazione e dell’istruzione non sono vie opzionali per perseguire lo stesso scopo, ma vie ottimali per raggiungere scopi diversi. Nonostante i diversi lustri trascorsi, il suo pensiero mi sembra attuale nella didattica di qualunque disciplina e, soprattutto, per quanto riguarda le lingue straniere. In molti casi, le tecnologie e i computer sono entrati nelle scuole di ogni ordine e grado in maniera dirompente e gli insegnanti hanno dirottato nei laboratori molte delle attività ordinarie che si svolgevano in classe: dal gesso alla scrittura su schermo proiettata su un muro, dai quaderni ai singoli elaborati su file da parte degli allievi, dalle enciclopedie polverose delle biblioteche di istituto a Internet e/o Wikipedia et alii. Quindi, volendo parafrasare Olson, i computer sono diventati delle vie opzionali per raggiungere lo stesso scopo (perché mi devo imbrattare di gesso quando posso scrivere o far scrivere su una tastiera?). Ovviamente la colpa non è del tutto attribuibile agli insegnanti o ai ragazzi. Manca, infatti, nel nostro sistema di istruzione e formazione, una seria analisi sui presupposti pedagogici nell’utilizzo delle tecnologie come mezzi per raggiungere obiettivi educativi. La domanda o le domande che ci si deve porre non sono, a mio avviso, “Che cosa fa questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Che cosa posso fare con questa tecnologia o questo strumento?”, bensì “Che cosa (come) posso imparare / insegnare usando (con l’aiuto di) questa tecnologia o questo strumento?” oppure “Come posso usare questa tecnologia o questo strumento per imparare / insegnare?”. Sembrano frasi banali, ma non lo sono. Un approccio di questo tipo capovolgerebbe completamente la prospettiva, ponendo la didattica e l’apprendimento in una posizione predominante, lasciando alle tecnologie il ruolo di facilitatori o catalizzatori. Anni fa le nostre scuole hanno ricevuto ingenti finanziamenti per attrezzare dei laboratori informatici e/o linguistici. Mi piacerebbe conoscere, oggi, la reale percezione che dirigenti scolastici, docenti, allievi, genitori, personale ATA hanno di questi strumenti. Li sentono integrati nella normale attività didattica quotidiana o sono solo degli “attrezzi” di svago e da utilizzare “per realizzare qualcosa da mostrare al sindaco o all’assessore di turno quando vengono a farsi un giro nella nostra scuola?”. Sto seguendo con interesse l’evolversi del Progetto Cl@assi 2.0, sperando che non si risolva in un ennesimo canale per “obbligare” le scuole a rinnovare il loro parco tecnologico, magari acquistando una o più lavagne interattive multimediali (LIM), con il rischio che il “giocattolo”, dopo l’entusiasmo iniziale, passi di moda e faccia la fine dei computer nei laboratori che, giorno dopo giorno, si ricoprono della polvere dell’indifferenza didattica. Olson, comunque, sosteneva anche che i mezzi della comunicazione e dell’istruzione si rapportano ad altrettanti modi di essere intelligenti: le diverse intelligenze (Gardner) possedute dall’individuo sono legate alle specifiche abilità richieste e prodotte dai singoli media, così come esistono diverse culture nelle diverse collettività umane a seconda dei media prevalenti utilizzati (fonte: Varisco, 2000). Anche questo mi pare un aspetto cruciale che merita di essere approfondito, poiché non va mai dimenticato che il fine dell’insegnamento non è stupire i ragazzi con effetti speciali (cito, impropriamente, lo slogan di una pubblicità cult dei mitici anni ‘80 del secolo scorso), quanto piuttosto quello di prepararli a un apprendimento permanente che non si esaurisce all’inizio del mese di giugno o dando le spalle al professore barbuto e alieno in un’aula universitaria dopo aver conquistato la sua agognata firma sul libretto, ma prosegue ogni momento, ogni giorno, ovunque.