domenica 20 marzo 2016

Diario di un apocalittico e integrato in fabula che aveva aperto una bustina misteriosa a pendolo su un'isola di boschi di rose

Questo è un post su Umberto Eco. Non è eccessivamente lungo, ma se avete le scatole piene dei ricordi e delle sue citazioni che continuano a riempire i social, non leggetelo. Andate al bar, fumate una sigaretta, uscite con il fidanzato/marito o la fidanzata/moglie, scorrete fino allo sfinimento oculare la bacheca di Facebook, accendete il televisore, aprite un libro. Insomma fate quello che vi pare, ma non leggetelo. Cos'è, quindi? Un altro ricordo? Un omaggio? Un articolo? Non ne sono sicuro. Sono partito da un'immagine (come lui raccontò in un'intervista a proposito della genesi del suo romanzo più famoso) e ho iniziato a scrivere, senza dimenticare, però, alcuni dei suoi consigli: documentarsi, confrontare, leggere e divertirsi nel farlo, così come nell'assaporare il sottile piacere della riscrittura.

Nei primi giorni dopo la sua morte, molte sue riflessioni sono state riprese e riportate ovunque. Alcune su tutte: quella del settantenne che se legge avrà vissuto migliaia di anni; quella delle 40 regole per scrivere bene; quella sulle legioni di imbecilli che infestano i social, Twitter in particolare (su cui tornerò in chiusura). In molti casi, la prima è stata copiata e incollata da chi ha letto l'ultimo libro qualche anno fa; la seconda da chi usa allegramente punteggiatura e sintassi; la terza da chi, commentandola in maniera scivolosa, gli dà ragione. In poche parole, dopo la sua dipartita, il professore è diventato, improvvisamente, direi, uno di noi. Fino a qualche tempo fa, invece, era un anziano e distinto signore dalla erre moscia con borsalino, sigaro e bastone (vari tipi di bastone, di cui, pare, fosse orgoglioso), molto snob, molto spocchioso, molto ricco, molto famoso e molto ignorato.
 
Umberto Eco, ovviamente, non è stato solo "Il nome della rosa", anche se, invero, questo romanzo gli ha garantito una fama e una popolarità planetaria, mai venuta meno dal 1980, anno della sua pubblicazione. Egli è stato innanzitutto un uomo libero e poliedrico che è riuscito a occuparsi di svariati argomenti lasciandoci, per ognuno di essi, tracciati più o meno compiuti che è necessario studiare con attenzione se vogliamo sperare di comprendere appieno il prisma Umberto Eco. I suoi interessi hanno spaziato da Aristotele a Borges e a Joyce, da Sant'Agostino ai mass media, dallo strutturalismo all'amatissimo Gérard de Nerval, dal cabalismo ebraico ai fumetti e alla fantascienza, dalle analisi dei movimenti politici alle teorie sui complotti e ai falsi, dal terrorismo all'editoria multimediale (si veda, a questo proposito, il progetto Encyclomedia), dall'estetica medievale alla cultura di massa, dai personaggi Disney a Pierce. Il titolo di questo post, pertanto, è una modesta composizione di alcune delle sue opere per omaggiare la sua vastissima ricchezza culturale: si riconoscono "Diario minimo" e "Secondo diario minimo", "Apocalittici e integrati", "Opera aperta", "Lector in fabula", "La bustina di minerva", "La misteriosa fiamma della regina Loana", "Il pendolo di Foucault", "L'isola del giorno prima", "Sei passeggiate nei boschi narrativi" e, per finire, naturalmente, "Il nome della rosa".

I ricordi, le immagini e le innumerevoli testimonianze hanno descritto aneddoti e lati del suo carattere; si sono soffermati sui suoi contributi principalmente alle scienze della comunicazione e alla semiologia; hanno sottolineato i suoi meriti, le sue onorificenze, i premi, le milioni di copie vendute. Insomma, hanno tentato di raccontare e descrivere il personaggio, il professore, l'uomo Umberto Eco a tutto tondo. Nel mio piccolo, voglio dedicare questo pensiero a noi e cioè al ruolo importante che lui ha voluto ritagliare al lettore in tutta la sua sterminata produzione narrativa e saggistica. Va detto, a onor del vero, che approcciare un libro di Umberto Eco non è come andare dal salumiere sotto casa e ordinare un etto di prosciutto. E' necessario studiare prima, durante e dopo, poiché ogni sua opera è una porta che si apre su altre porte, è una finestra su un tempo, nostro o passato, che ci consente una posizione privilegiata per coglierne sfumature e regali nascosti. I suoi lavori sono legati l'uno all'altro da corde tese e ben strette, tanto che è necessario non perdere mai di vista dettagli e posizioni critiche per evitare di perdersi e mancare di assaporare la dottrina, la percezione, il passo, i salti, le scelte, gli alambicchi del suo genio.
 
Uno dei più grandi meriti di Umberto Eco è stato quello di portare una ventata di aria fresca nell'ammuffito, eburneo e ristretto cenacolo degli intellettuali italiani, mettendo in atto una vera e propria contaminazione tra la cultura accademica e la cultura cosiddetta di massa e ponendole, di fatto, sullo stesso piano. Già a partire dagli anni ’60, egli ha mescolato a suo piacimento ingredienti “alti” e “bassi” per osservare il risultato e superare la rigida gerarchia dei saperi come chiave per la comprensione dei meccanismi della cultura "popolare". In narrativa, si è divertito a effettuare un'operazione similare, tant'è che i suoi romanzi possono essere letti a diversi livelli di comprensione. “Il nome della rosa”, per esempio, può essere apprezzato da una portinaia come un avvincente libro giallo, mentre un accademico può scorgervi elementi di avanguardia critica. Come ha detto lo stesso Eco in un’intervista televisiva, si tratta della cosiddetta teoria del double coding, elaborata da alcuni critici americani come trend di una certa letteratura dagli anni ’80 in poi, anche se in realtà esisteva già da secoli. E per dimostrarlo ha riportato un aneddoto di Boccaccio: una mattina Dante Alighieri mentre passeggiava per le strade di Firenze sentì un fabbro citare e storpiare passi tratti dalle sue opere durante il suo duro lavoro quotidiano. A quel punto, il sommo poeta, infuriato, sparpagliò per terra gli strumenti dell'artigiano giustificando quel gesto come una vendetta di pari grado nei suoi confronti per avergli rovinato i versi. Perciò, se il fabbro declamava la Divina Commedia è probabile che fosse in grado di comprendere le immagini generali, come ad esempio quella di Caron Dimonio con occhi di bragia, anche senza cogliere le allusioni teologiche e politiche, quelle riservate a un altro tipo di lettore.
 
Il lettore dunque, o meglio, noi lettori come parte integrante delle sue riflessioni teoriche e del suo agire creativo, a cui ha suggerito di diffidare degli scrittori che affermano di scrivere solo per sé stessi, poiché, a suo dire, sono narcisisti, disonesti e mendaci: "C'è una sola cosa che scrivi per te stesso, ed è la lista della spesa. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno. Si scrive solo per un lettore. Infelice e disperato chi non sa rivolgersi a un lettore futuro" ("Sulla letteratura", p. 359). Ezio Mauro, nello speciale de "La Repubblica" del 21/02/2016 a lui dedicato, sintetizza al meglio la sua grande verve narrativa nella "capacità di costruirsi lettori, accendendo una passione, portandosela dietro fino a scoprire l'eresia estrema, una risata come movente di un delitto". Questo è dovuto grazie a un percorso rigorosamente controllato nella formazione del romanzo che "corrisponde perfettamente alla costruzione intellettuale di sé: dunque suona autentico, senza forzatura". Lo stesso Eco, in un'intervista concessa tempo fa al medesimo quotidiano, ha affermato che "oggi diventa popolare un libro difficile perché sta nascendo una generazione di lettori che desidera essere sfidata" e che "il libro è molto più intelligente del suo autore. Il lettore può trovare riferimenti cui l'autore non aveva pensato. Non credo di avere il diritto di impedire di trarre certe conclusioni. Ma ho il diritto di ostacolare che se ne traggano altre". Ed è a questo concetto che lui ha lavorato fin dal suo primo saggio dirompente, "Opera Aperta", del 1962, appunto dedicato a dimostrare che tutte le opere sono “aperte” a tante interpretazioni quanti sono gli interpretanti, anche se tale operazione ha, comunque, dei limiti che coincidono con i diritti del testo e della sua strategia comunicativa il cui scopo è aiutare il lettore a compiere una serie di operazioni per comprendere, in maniera fondata, il significato del testo stesso; "questo non significa che su un testo si possa fare una e una sola congettura interpretativa. In principio se ne possono fare infinite. Ma alla fine le congetture andranno provate sulla coerenza del testo e la coerenza testuale non potrà che disapprovare certe congetture avventate" ("I limiti dell'interpretazione", p. 34). In ogni caso, un testo, per sua natura, è sempre incompleto e contiene zone d’ombra e spazi vuoti che rimangono tali se il lettore non interviene direttamente per riempirli, attingendo dalla sua enciclopedia personale, cioè dal suo bagaglio culturale e dall'esperienza che egli ha di altri testi; in estrema sintesi, il lettore riempie un'opera se inizia a "cooperare" con l’autore affinché la comunicazione testuale giunga a buon fine. Questo è il ruolo, il compito e l'onere del "Lettore modello". Dice Eco: "Il lettore modello non figura solo come qualcuno che coopera e interagisce col testo: in misura - e in un certo senso minore - nasce col testo, rappresenta il nerbo della sua strategia interpretativa. Pertanto la competenza dei Lettori Modello è determinata dal tipo di imprint genetico che il testo ha loro trasmesso...Creati col testo, imprigionati in esso, essi godono tanta libertà quanta il testo loro concede [...] In tal senso parlerò di lettore modello non solo per testi aperti a molteplici punti di vista, ma anche per quelli che prevedono un lettore testardo e obbediente; in altre parole, non esiste solo un lettore modello per il "Finnegans Wake" ma anche per l'orario ferroviario, e il testo si aspetta da ciascuno di costoro un diverso tipo di cooperazione" ("Sei passeggiate nei boschi narrativi", p. 20-21). Tra le pieghe di questo stretto e intenso rapporto tra lettore e autore, si nasconde una regola tacita, una sorta di "patto finzionale" grazie al quale il lettore, parafrasando Coleridge, si predispone a sospendere la propria incredulità, si convince che la storia raccontata è immaginaria, ma non è una menzogna, e fa finta di considerare realmente accaduto il fatto narrato e i luoghi in esso descritti. Quando ciò si realizza, la cooperazione interpretativa sale di livello e il godimento del testo è completo.

Di seguito, trascrivo un passo esemplificativo sui luoghi e sulle verità letterarie. "Questi luoghi non eccitano la nostra credulità perché, per il contratto finzionale che ci lega alle parole dell'autore, pur sapendo che non esistono, facciamo finta che siano esistiti - e partecipiamo da complici al gioco che ci viene proposto. Sappiamo benissimo che esiste un mondo reale, in cui è avvenuta la seconda guerra mondiale o gli uomini sono andati sulla luna, e che esistono poi i mondi possibili della nostra immaginazione, in cui sono esistiti Maigret e Madame Bovary. Una volta che, aderendo al contratto finzionale, abbiamo deciso di prendere sul serio un mondo possibile narrativo, dobbiamo ammettere che Biancaneve è stata risvegliata dal suo letargo da un principe Azzurro, che Maigret abita a Parigi in Boulevard Richard-Lenoir, che Harry Potter ha studiato da mago a Hogwarts, che Madame Bovary si è avvelenata. E chi affermasse che Biancaneve non si è mai più risvegliata dal suo sonno, Maigret abita in Boulevard de la Poisonnière, Harry Potter ha studiato a Cambridge e Madame Bovary è stata salvata in extermis con un contravveleno dal marito, susciterebbe il nostro dissenso (e magari verrebbe bocciato a un esame di letteratura comparata) [...] La verità della finzione romanzesca supera la credenza sulla verità o falsità dei fatti narrati [...] In questo nostro universo ricco di errori e di leggende, di dati storici e di false notizie, una cosa è assolutamente vera se lo è tanto quanto il fatto che Superman è Clark Kent. Tutto il resto può essere sempre rimesso in discussione" ("Storia delle terre e dei luoghi leggendari", p. 436-437, 440, 441).  
 
In conclusione, e per amor di verità, posto di seguito il video completo della famosa frase sulle "legioni di imbecilli" che in tanti di questi ha provocato reazioni sdegnate e saccenti (a costoro consiglio di leggere "Apocalittici e integrati" e molte delle sue bustine come utile strumento per comprendere le dinamiche degli utenti social) richiamandoli a porre attenzione a tutto il contesto del discorso, evitando generalizzazioni. E per questo è bene chiarire che Umberto Eco non è mai stato contro il web in generale, ma ci ha sempre esortati a confrontare e verificare le fonti contro la superficialità dilagante del titolo e delle prime righe, oltre a segnalarci il rischio dell'ipertrofia della memoria, come ha scritto nella sua celebre e toccante lettera al nipote. In buona sostanza, come ha ben spiegato il semiologo Paolo Fabbri nella trasmissione andata in onda il 23 febbraio scorso su RAI 5, "Eco era uomo dello humor (e non dell'ironia) e derideva le conseguenze. Il discorso degli imbecilli era la derisione delle conseguenze di Internet. Lui stava deridendo le conseguenze del fatto che tutti hanno accesso e possono dire tutto senza rispettare la gerarchie dei livelli del discorso".

 

martedì 14 gennaio 2014

La forza del capitale umano

"La ricchezza delle nazioni non dipende più dalle materie prime. O dal capitale fisico. Sta invece nel capitale umano" (Goldin, C., Katz, L.F., Race between Education and Technology, Belknap Press of Harvard University Press, 2010). Citazione desunta dall'ultimo libro di Beppe Severgnini, "Italiani di domani. 8 porte sul futuro" (RCS Libri, 2012, p. 47).
 
E ancora, Jared Diamond, nel suo ormai celeberrimo saggio "Armi, acciaio e malattie" (Einaudi, 2006), sostiene che il successo delle civiltà europee (almeno dal XVI alla prima metà del XX secolo) e della cultura occidentale in generale non è dovuto ad una presunta superiorità intellettuale o biologica, bensì a una serie di congiunture favorevoli, geografiche e ambientali, che hanno favorito lo sviluppo dell'agricoltura e la domesticazione degli animali, con la conseguente comparsa degli strumenti con i quali hanno "conquistato il mondo", appunto armi, acciaio e malattie. Pertanto, non esistono e mai sono esistite differenze intellettive tra i popoli della Terra, visto che probabilmente, a condizioni invertite, sarebbe stato Montezuma a sbarcare in Europa con navi oceaniche e a soggiogare l'impero di Carlo V di Spagna.
 
Il recente rapporto McKinsey, poi, condotto su otto Paesi Ue, ("Education to Employment: Getting Europe’s Youth into Work") contiene una serie di informazioni già note (si vedano alcune indagini ISTAT o l'allarme di Visco), ma anche una serie di novità (traduco citando l'articolo del "Corriere"): "Il 47% dei datori di lavoro italiani riferiscono che le loro aziende sono danneggiate dalla loro incapacità di trovare i lavoratori giusti, e questa è la percentuale più alta fra tutti i Paesi esaminati", "Ci sono abbinamenti sbagliati, educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro".
 
Si tratta solo di alcuni degli spunti che mi hanno portato a riflettere su questo aspetto. Nel nostro Paese il capitale umano, al pari di termini come "competenza" e "formazione", sembra essere una espressione ottima da sventolare in occasioni importanti, mentre la Scuola un "contenitore" fatto di numeri (quanti insegnanti assumere o tagliare, quante scuole ristrutturare, quante LIM far acquistare, ecc.). Poca attenzione viene data al capitale umano che è presente nei nostri istituti che si occupano di istruzione e formazione. E non mi riferisco solo agli insegnanti, al personale amministrativo in generale, ai dirigenti, ma ai ragazzi. Non esistono commissioni, tavoli, comitati che riuniscano le migliori menti per affrontare il problema della crescita culturale, sociale e professionale dei "lavoratori di domani" (presenti e futuri). Il capitale umano è da sempre il cuore di una civiltà e i Paesi che hanno investito con prospettive "non politiche", cioè almeno a medio termine, stanno raccogliendo i frutti (penso a Cina, Giappone, India, ma anche a Stati Uniti e nazioni scandinave). In Italia non abbiamo ancora presente un concetto, banale si dirà, ma proprio per questo difficile da mettere in pratica: istruzione, formazione e lavoro sono tre lati di un'unica figura poliedrica che ha al centro l'apprendimento permanente. Come ho già scritto, gli esseri umani apprendono sempre, ovunque, con chiunque, e, in percentuale, sicuramente più spesso fuori dalle "istituzioni preposte" (al bar, in parrocchia, al lavoro, nel tempo libero, su Internet). Tutte queste "cose" che imparano si chiamano "competenze". Il termine ha come riferimento svariate scuole di pensiero, ma, a mio avviso, la definizione contenuta nella Raccomandazione del Parlamento europeo del Consiglio del 23 aprile 2008, sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l'apprendimento permanente (EQF), è la più completa: "comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale". Progettare e insegnare per competenze non rientra nel background culturale del nostro Paese a differenza, per esempio, di quelli di matrice anglosassone. Nella scuola italiana, comunque, è ormai consolidata questa impostazione nella didattica delle lingue straniere, o glottodidattica, dal 2001, anno in cui è stato pubblicato e diffuso il "Common European Framework of Reference for Languages" (CEFR), anche se poco è cambiato nella realtà dei fatti e dell'aula (si programma con il "Framework", spesso si insegna con altro). E' necessario un radicale cambio di rotta a partire dalle Istituzioni. Il Decreto Legislativo n. 13 del 16/012013 ha segnato un primo passo dopo anni di discussione tra Ministeri e Regioni, ma molto è ancora da fare e molto, però, si sta facendo, anche se l'Amministrazione centrale pone freni e distinguo. Impostare il nostro sistema nazionale di istruzione e formazione sulle "competenze" significa partire dai "saperi" a tutto tondo, senza lasciare nulla per strada. Non solo quelli cosiddetti "tecnico-professionali", ma anche quelli di base (anche qui viene in aiuto l'Unione europea con le "key competences") e quelli acquisiti tutti i giorni, tutto l'anno. Il sistema dove tutti parlano uno stesso linguaggio e le Istituzioni (Scuola, Stato, Regioni e poi Centri per l'impiego, Organismi di Formazione, ecc.) "prendono in carico" il cittadino e il suo percorso di apprendimento dalla nascita fino a una "vecchiaia attiva". La forza del capitale umano sta proprio qui, nella possibilità di essere il vero e unico motore della ripresa del Paese: il cuore e il cervello di questa nostra nazione unica, imprevedibile, a volte maledetta, ma piena di risorse, spesso nascoste, che risiedono nei suoi abitanti, da nord a sud, nelle grandi città come nei piccoli centri.
 
Chiudo con una citazione di Alvin Toffler che, a mio parere, andrebbe messa in ogni Ufficio di Presidenti, Ministri, Assessori, Sindaci: "Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sapranno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e reimparare" ("The illiterate of the 21st century will not be those who cannot read and write, but those who cannot learn, unlearn, and relearn", The future shock, 1970).

 

venerdì 22 febbraio 2013

Deliri al capolinea

Le norme ci sono e vanno rispettate e, quindi, questo post, che segue quello sul "Mito del rutto libero", esce entro le 23:59 del 22/02/2013, prima del silenzio elettorale. E' stata una campagna per molti versi noiosa e come sempre urlata, con tutti ad accusarsi a vicenda, che mi ha lasciato in bocca il sapore amaro di un'ennesima occasione sprecata. Di solito, l'elettore, per vari motivi, tende a dimenticare cosa è successo nelle settimane precedenti, per concentrarsi solo sugli ultimi giorni. Non dovrebbe essere così, ma tant'è succede da sempre.

Questo post altro non è che un semplice riassunto dei "Delirium elettorali" (o pillole elettorali, se vi piace), anche per chi ne avesse perso qualcuno, che di volta in volta ho lasciato sul mio profilo Facebook, elencati così come sono stati scritti e corredati da qualche aggiustatina "discorsiva" e correzione di refusi e dalla data di pubblicazione. Una rassegna semi-seria delle amenità e degli atteggiamenti della nostra classe politica con un occhio alla sedia e un altro al piano B in caso di sconfitta. Se avrete voglia di leggerli, considerateli, quindi, una sorta di diario personale del sottoscritto per ripercorrere questi due mesi di campagna elettorale, ben sapendo che per conquistare gli scranni romani è lecita ogni strategia, anche contraddirsi e ri-contraddirsi, e che, in definitiva, 60 giorni sono tanti per ricordare nel dettaglio ciò che è successo.

Buon voto a tutti!
 
Delirium elettorale#1 (29/12/2012). Monti sale in politica e Berlusconi scende in campo. Io me ne resto a casa, magari in bagno, a leggere un buon libro per nutrire la mente. Candidatissimi, fatelo anche voi poiché "fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". Affannati.
 
Delirium elettorale#2 (29/12/2012). Leggo di un "endorsement a Monti" da parte del Vaticano. Non conoscendo bene il senso della parola (mi vergogno a dirlo), ho pensato, sulle prime, a un qualche tipo di esame del retto. Poi con la traduzione ho capito. Effettivamente, scrivere "appoggio a Monti" avrebbe dato una sensazione anale più marcata. Forse "sostegno" andava meglio. Mattacchioni.
 
Delirium elettorale#3 (31/12/2012). Hogwarts, inizio torneo annuale di Quidditch: Grifondoro vs. Serpeverde. Berlusconi al fianco di Albus Silente dà il via alla manifestazione, minacciando inchieste contro Monti, Napolitano e spread. Dalle tribune partono decine di schiantesimi che lo mettono fuori combattimento fino ai primi di marzo. Drrriiiiiinnnnn: implacabie, suona la sveglia. Sogno.
 
Delirium elettorale#4 (02/01/2013). ADN Kronos. Berlusconi "Toglierò l'IMU". Da fonti vicine ad Arcore, pare che un solerte e fidato collaboratore del cavaliere lo abbia rassicurato che l'IMU altro non è che un indumento intimo femminile. Da ciò il suo accanimento. Viagra.
 
Delirium elettorale#5 (03/01/2013). Elezioni 2013: c'è l'agenda Monti, l'agenda Bersani-Vendola, l'agenda Grillo, l'agenda di Berlusconi (beh, in realtà quella contiene solo numeri di olgettine o aspiranti tali). A me serve un calendario da tavolo. Il mio voto a chi me ne procura uno. Anzi, se sono due, recupero anche il voto di mia moglie. Venghino, signori. Venghino! Baratto.
 
Delirium elettorale#6 (04/03/2013). Monti presenta il suo simbolo e la sua lista come se desse le condoglianze, Berlusconi farnetica su reati e par condicio, Bersani e Renzi gozzovigliano insieme, Casini e Fini si preparano a vendersi al miglior offerente, Montezemolo fa lo sciopero del caviale, Grillo continua a bagnare gli ascoltatori con ettolitri di saliva e, intanto, parte il nuovo redditometro. Scomparsi milioni di cetrioli dai fruttivendoli di tutta Italia alla ricerca di orifizi da occludere. Scommettiamo che saranno sempre i soliti? Così come i soliti noti la rifaranno franca? Vasellina.
 
Delirium elettorale#7 (05/01/2013). Avviso a tutti. Scoop del "Sole 24Ore". Uno dei tool del nuovo redditometro si chiama "Corpo sciolto checker". Sarà installato nelle fogne di tutta Italia e avrà il compito di valutare le attività intestinali delle famiglie: in base alla quantità verrà stabilito, tramite un complesso algoritmo elaborato da Google, il reddito familiare e le spese per l'alimentazione. Stitici e colitici dovranno produrre adeguato certificato medico per l'analisi dei dati. Sciacquoni.
 
Delirium elettorale#8 (06/01/2013). Stamattina alle 12 al gazebo del movimento di Grillo al Parco di Poggio Tre Galli c'erano tre persone: un oratore appassionato, un ascoltatore inebetito e un signore attento .... al telefonino. A me, comunque, l'unico che mi fa vibrare è il negozio di gastronomia "5 stelle" da cui mi servo e le sue ottime mozzarelle di Ruoti. Deserto.
 
Delirium elettorale#9 (11/01/2013). Concordo con Aldo Grasso, con un'aggiunta. Santoro e Travaglio hanno aspettato più di dieci anni, ma si sono fatti fregare dal caimano che li ha portati sul suo terreno di scontro preferito: la rissa da bar o se preferite l'atmosfera populistica di Uomini e donne o di Barbara d'Urso. Cartucce bagnate.
 
Delirium elettorale#10 (11/01/2013). Stride impietosamente la differenza tra l'insulso spettacolo di ieri sera (Berlusconi da Santoro) e l'enormità del talento di Mariangela Melato che abbiamo perso. Doppia tristezza.
 
Delirium elettorale#11 (11/01/2013). Moggi pare si voglia candidare con una lista collegata al PdL: allora calciopoli era tutto vero. Ha scelto il cuore dirà, già con i Berluscones corrotti e corruttori è proprio a casa sua. Resuscitato (aggiornamento: pare non si sia candidato, meno male).
 
Delirium elettorale#12 (14/01/2013). ANSA. Berlusconi: "Non vado nelle piazze. Ne va della mia incolumità". Notizia fondata secondo il SISDE. Pare che il direttivo del "M5T" (Movimento 5000 Tartaglia) abbia fornito i suoi membri di statuette del Duomo di Milano con guglie affilatissime per portare a termine il lavoro iniziato dal fondatore. Assediato.
 
Delirium elettorale#13 (15/01/2013). Di Pietro in TV mi fa molta tenerezza. Ha la faccia di chi, come si dice dalle mie parti, "ha fatt la fin d'i bott'amur". Grillo, dal canto suo, fa i dispettucci al "traditore" Favia, mostrando all'Italia la sua vera natura di leaderuccio tiranno stile presidente di uno stato africano, nonostante blateri di trasparenza e Internet (ve lo ricorsdate quando sfasciava i PC in pubblico, proprio su Sky, allora Tele+?). Mi verrebbe da dirgli: "Te la do io la democrazia". Ruzzoloni.
 
Delirium elettorale#14 (16/01/2013). Il pifferaio (berlusca) e il vampiro (Monti) si rimpallano IMU e redditometro, scaricandosi il barile della responsabilità. "Queste due tasse senza padri (orfane)" (cfr. "Corriere della Sera") rischiano di far diventare l'ortaggio (cetriolo) oltre che nodoso anche bollente. Gli orifizi dei contendenti attendono trepidanti. Tappabuchi.
 
Delirium elettorale#15 (16/01/2013). Suggerisco di assistere a una seduta del Consiglio Regionale della Basilicata, in presenza, in streaming o in differita, fa lo stesso, come allenamento preventivo per il cervello. Tra frizzi e lazzi, schiamazzi e sollazzi, battute ed espressioni dialettali, consonanti libertine e vocali bohémien, trionfa l'intercalare. Il più usato? "Diciamo" (attenzione a forzare la "D" nella pronuncia). Da far vedere nelle scuole per insegnare ai ragazzi a come non mortificare la nostra bella lingua italiana. Sfigati.
 
Delirium elettorale#16 (18/01/2013). Maroni: "Il 75% delle tasse al nord". Sommessamente, rispondo: "Il 75% dello stipendio dei barbari in verde seduti sugli scranni romani fatevelo pagare dai cittadini padani". Poi voglio vedere se alla cerimonia dell’ampolla vengono i gitaioli della domenica o contadini del varesotto o del bresciano armati di forconi per prendere Maroni &C. a calci nel sedere. Pistola.
 
Delirium elettorale#17 (19/01/2013). Anni fa, in un suo film, Moretti implorava D'Alema pressappoco così: "Dì qualcosa di sinistra". Modestamente mi permetto di suggerire a Bersani-Gargamella (il soprannome è di Grillo, l'unica cosa decente detta che, guarda caso, è una battuta da comico): "Ridi un pò di più, spogliati dell'atavico pessimismo degli intelletuali sinistroidi e cerca di trasmettere speranza per il futuro". Ah, quanto mi piacerebbe che dicesse qualcosa con la stessa forza evocativa di "Yes, we can". Musone.
 
Delirium elettorale#18 (20/01/2013). Grillo, tra un bercio, uno sputo e un vaffa, urla di voler eliminare i sindacati. In linea teorica sarei pure d'accordo, visto che, soprattutto nel pubblico, tendono a difendere interessi corporativi fino al privato. Ma vedo due problemi: 1. chi difende i lavoratori dagli emuli di Marchionne? 2. molti comandati, poveretti, saranno costretti a lavorare, tornando ai loro impieghi. Ducetto.
 
Delirium elettorale#19 (20/01/2013). Ma li avete visti i candidati del montato Monti alla convention di Bergamo? Sembrano usciti da un salotto buono di Via Montenapoleone. Ma se protestano questi cosa lanciano? Tartine con caviale e bulloni di Ferrari e Lamborghini? Fricchettoni. 
 
Delirium elettorale#20 (21/01/2013). Avverto sempre un senso di malessere quando un movimento politico si richiama a una "rivoluzione", anche se civile, a metafore militari (vero Monti?) o a cataclismi naturali (sarebbe stato meglio che il comico-politico non avesse usato il termine "tsunami", visto che nel 2004 hanno perso la vita 250 mila persone). La storia ci insegna che, spesso, le rivoluzioni (o come le volete chiamare) si sono trasformate in quello che volevano combattere. Non è tutto da buttare in questo nostro Paese e tagliare la testa al re non è mai stata la soluzione migliore. Ghigliottinari.
 
Delirium elettorale#21 (22/01/2013). Psicodramma per lo psiconano. Il PDL tenta disperatamente di sbiancare l'anima nera del partito, non candidando Cosentino e Dell'Utri (che giurano vendetta). Ora aspettiamo la caduta del lifting plastificato di Berlusconi per vedere la sua vera faccia. Rifatto.
 
Delirium elettorale#22 (22/01/2013). Sapete chi sono i "Manifestzkul"? Una delle razze del mondo tolkeiniano. Eh, sì. Assieme a hobbit, nani, uomini, elfi, orchi e mannari ci sono anche loro. Sono i geni che inventano gli slogan elettorali sui manifesti 3x6. Propongo una ricerca neuroantropologica per indagare sulle loro sinapsi e scoprire come fanno a inventare frasi idiote, ridicole, grottesche, soprattutto per quelle facce insulse che intendono promuovere. Mi verrebbe da dire in dialetto brianzolo: "Mi pigghiat p'u cul"? Taroccati.
 
Delirium elettorale#22bis (22/01/2013). A proposito, sui muri della nostra città (Potenza) campeggiano manifesti inquietanti di un movimento denominato MIR (come la stazione spaziale russa) con in primissimo piano la faccia di uno che assomiglia a Putin. Ma non è che hanno sbagliato elezioni? Quelle per la Duma saranno nel 2015. Disorientati.
 
Delirium elettorale#20bis (23/01/2013). Torno indietro perché è un tema che mi tocca. Monti evidentemente fa il furbastro. Cita ogni tanto il termine rivoluzione. Questa volta associato a "liberale". Sento puzza di zolfo. Anzi, puzza di rancido. E' il tanfo delle conquiste sociali, su sanità, pensioni, disoccupati, lavoro, inclusione, che lui spera di far marcire in maniera indefinita. La Bocconi, signori, non è Alessandria d'Egitto e i suoi figli non sono portatori sani del vangelo universale. Mistificatore.
 
Delirium elettorale#23 (25/01/2013). Nella vicenda Monte dei Paschi c'è qualcosa che non quadra. Il PD dovrà spiegare se vuole governare il Paese. Monti fa il Berlusconi. Strizza l'occhio prima a uno e poi all'altro. Bacchetta uno e l'altro. Insomma si vende. O tenta di farlo. Ma mi domando: nei 13 mesi di Governo, oltre a mungere i molti (lasciando ingrassare i pochi), aveva gli occhi e le orecchie foderati di prosciutto? Verità.
 
Delirium elettorale#24 (26/01/2013). Se è vero che una parte del gettito dell'IMU (sangue degli italiani) è finita al MPS, a chi ha fatto questa pensata e a chi ne ha tratto giovamento auguro, usando una colorita espressione delle mie parti, "Ve l'avira spenn r medicin". A proposito, mia figlia quando vede Berlusconi esclama "cuto" (che sta per "cornuto"). Soddisfazioni.
 
Delirium elettorale#24bis (27/01/2013). Nel giorno in cui viene certificata la demenza senile di Berlusconi, ricordiamo tutti i genocidi: ebrei, armeni e zingari, Rwanda e Burundi, cambogiani sotto i kmer rossi, birmani, cinesi vittime delle epurazioni di Mao, cileni e argentini sotto le dittature fasciste, e ancora Sudan, Somalia, Medio Oriente, Iraq, Afganistan e tutte le vittime dei conflitti dimenticati nel mondo. Quando caino uccide Abele è sempre male. Quando lo fa per politica, petrolio o altre ragioni, fosse anche uno solo, è genocidio. Orrori che non devono più ripetersi. Preghiere.
 
Delirium elettorale#25 (02/02/2013). Come vorrei che la campagna elettorale fosse già finita e si andasse a votare domani. Usando una tipica espressione ligure: "Nun i pozz vrè cchù" (per i non indigeni: "Non li posso più vedere"). Stufato.
 
Delirium elettorale#26 (03/02/2013). Avviso agli sciatori (dato il clima qui fuori) e non ai naviganti. Se il CS vuole perdere deve farsi trascinare nel clima da bettola di Caracas del Caimano. Se il CS vuole vincere lo deve ignorare e parlare alla gente e fra la gente di programmi e idee (in TV o in piazza, non importa). Sveglia.
 
Delirium elettorale#27 (03/02/2013). Monti oggi: “Gli italiani hanno buona memoria”. Già, Chiar.mo Prof., per questo le ricordo che lei il 23/12/2012 (Conferenza di fine anno) diceva “Se si abolisce l’IMU, l'anno dopo bisogna riproporla due volte più dura”; mentre il 29/01/2013 (piena campagna elettorale) “L'IMU detrazione da 200 a 400 euro; detrazioni per figli a carico fino a 800 euro. Questa riforma dell'IMU renderà l'imposta più equa e più progressiva”. Io me lo segno. Fosforo.
 
Delirium elettorale#28 (04/02/2013). Lo so che bisogna ignorarlo (l'ho pure scritto), ma questa merita. Invece di condono tombale io auspico una pietra tombale, ma sulla sua ex pelata. E questo nonostante sia arrivato Super Mario al Milan. Zombie.
 
Delirium elettorale#29 (04/02/2013). Fiat: stipendio, ma niente lavoro per i 19 operai Fiom di Pomigliano. Questa è l'Italia di Monti, Marchionne, Montezemolo, Casini e Fini? A me non piace per niente. Supercazzola.
 
Delirium elettorale#30 (08/02/2013). Non mi piace quando i mercati e la finanza devono condizionare le decisioni di un Governo, democraticamente eletto, di uno Stato sovrano; non mi piace pensare al mio Paese governato da giullari e buffoni (sia quelli che berciano e sputano in piazza, sia quelli che fanno le imitazioni alle convention); non mi piace quando i magistrati lasciano la toga ed entrano in politica, per me sono disertori; non mi piace se toccano scuola, lavoro, pensioni, sanità e, con la scusa del rigore, smantellano lo stato sociale costato sangue e sudore ai nostri padri; non mi piace quando la sinistra si professa tale, ma sotto sotto la pensa come la destra. Malinconia.
 
Delirium elettorale#31 (15/02/2013). Un consiglio spassionato al candidato premier del centro - sinistra. Caro Bersani, anche se sei sfigato, come dice Crozza, credo tu sia una persona affidabile. Quando, però, pianifichi le candidature, fai attenzione alle persone a cui decidi di far rappresentare te e il tuo partito nelle varie realtà regionali italiane. Distratto.

Delirium elettorale#32 (17/02/2013). Il Grillo urlante, dopo aver scacciato in malo modo un giornalista di Rai Tre, rifiuta, papescamente, di andare in TV. "La politica si fa nelle piazze", dice con piglio militaresco. Brutte cose la democrazia, le domande e il contraddittorio, eh Peppino? Meglio sbavare con lunghi monologhi. E' più comodo, vero? Fifone.

Delirium elettorale#33 (19/02/2013). Berlusconi al Corriere della Sera: "Se c'è un politico credibile in questo Paese questo sono io: ho sempre mantenuto le promesse fatte ai cittadini". Nessun commento. Barzellettiere.

Delirium elettorale#34 (21/02/2013). Sono contento per due motivi: 1 - è giovedì e il weekend si avvicina; 2 - è giovedì e domani sarà l'ultimo giorno di campagna elettorale. Urla, schiamazzi, berci, supidaggini, prese per il c..o (vogliamo parlare dell'ultima trovata satanica del nano per ingannare soprattutto le persone anziane?), rivoluzioni, tsunami e minchiate varie volgono al termine. Da lunedì pensiamo all'Italia, chiunque ci sarà. Sollevato.


Delirium elettorale#35 (21/02/2013). Ultimo delirio. Dedicato, con tanto di video, a tutti i mestieranti della politica, agli urlatori e populisti che predicano macerie e distruzione, ai nani ingannatori e fancazzisti, ai riciclati, trombati e faccendieri speranzosi di un posto al sole, ai banchieri e alla finanza che vogliamo fuori dal Governo e dal Parlamento e a tutti quelli che con il nostro sangue e i nostri sacrifici hanno ingrassato le loro tasche dal dopoguerra ad oggi. Passato (la dedica è un brevissimo pezzo del film "Il Marchese del Grillo").

domenica 10 febbraio 2013

Il mito del "rutto libero": per un'antropologia della politica

Prendo spunto da un post di qualche tempo fa di Ernesto Belisario e Stefano Epifani, intitolato "I sudditi si lamentano, i cittadini partecipano". Da qui inizio per dire che mi sento cittadino e voglio partecipare. A modo mio, s'intende.

Il titolo del post, che rientra nelle "amenità" di questo blog, non vuole rappresentare un'offesa nei confronti di chi legge. Quindi, sgombro subito il campo. E' una specie di similitudine, diciamo così. Per intenditori. Si tratta di un riferimento al film "Il secondo tragico Fantozzi" del 1976 (quello della mitica sequenza de "La Corazzata Potëmkin", per capirci), in cui il nostro è pronto alla partita Inghilterra - Italia con un programma formidabile: "calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato, rutto libero!". La tragica e inaspettata telefonata di Filini vanifica tutto. Il paragone ardito inzia dalla fine della sequenza: dopo una frittata di cipolle e una birra fredda, il "rutto libero" è una imprescindibile necessità fisiologica, così come la politica lo è per i popoli.

Siamo in piena bagarre elettorale. C'è eccitazione e, a ragion veduta, voglia di stupire l'elettore. I leader sembrano commercianti intenti a lucidare e mettere in bella mostra le mercanzie, anche se si tratta di collezioni di dieci anni addietro. Gli scranni parlamentari sono ambiti, molto ambiti. Le proposte sono continue, tamburellanti. Gli indecisi ondeggiano come banchi di sardine, mentre gli squali aspettano per banchettare. Tutto mi fa pensare ancora a Fantozzi e, in particolare, a uno dei suoi film in cui il protagonista si prepara al voto. La sequenza si conclude, imprevedibilmente, con il rumore dello sciacquone del bagno nel seggio elettorale.

Edward H. Carr nelle sue "Sei lezioni sulla storia" (1961) scrive "Il passato è comprensibile per noi soltanto alla luce del presente, e possiamo comprendere il presente unicamente alla luce del passato" e poi che "la storia è un dialogo senza fine tra il presente e il passato". Appunto, la questione, a mio avviso, è che il politico, di professione o no, vive nel presente, non studia il passato, non si preoccupa del futuro. Il politico non concepisce, non conosce, non ama la parola "programmazione". Egli venera un altro lemma, un verbo, "foraggiare". Per esempio, scorrendo le news pubblicate su "Basilicatanet", con al fianco una cartina della regione, anche il contadino del varesotto potrebbe facilmente intuire i feudi elettorali dei politici locali (compresi quelli alloggiati temporaneamente a Roma). Non è uno scoop, ma una constatazione geo-socio-politica che, credo, si ripete un pò dappertutto sul suolo italico.

La politica italiana è uno sport molto ben praticato. E' il secondo dopo il calcio. Ci sono professionisti navigati, dilettanti allo sbaraglio, volponi nelle retrovie, faccendieri perennemente affaccendati. Il personaggio che rispecchia maggiormente l'archetipo del politico peninsulare è Bertoldo che Severgnini così descrive nel suo "La testa degli italiani" (2005): "il contadino che s'atteggiava a difensore dell'esperienza contro l'istruzione, dell'improvvisazione contro la preparazione (...); rappresenta l'orgoglio della furbizia impunita, ed è ancora tra noi. Qualche volta si fa chiamare assessore o diventa direttore di qualcosa; quasi sempre porta la giacca e guida una bella automobile. Cambia regione, lavoro, partito: non cambia abitudini. E' affascinante e tragico, come tante maschere italiane". A me piacerebbe, invece, pensare a un Paese dove i Bertoldo piano piano scompaiono per essere relegati ad archeologia umana. Un paese dove la politica è una cosa maledettamente seria che non lascia spazio all'improvvisazione. Citando Gaber, mi piacerebbe pensare alla politica come "partecipazione", ma non come la intendono quelli che, con malcelata malinconia, affermano "Mi sono messo in politica per aiutare mio figlio" oppure "Sto dietro a un politico chissà esce qualcosa per me", o come la intendono i professionisti del genere quando usano con disinvoltura la cosa pubblica per soddisfare il proprio elettorato, a livello locale e nazionale. Partecipare, a mio modo di vedere, vuol dire confrontare, approfondire, studiare soluzioni adatte a garantire il bene comune.

Obama, nel suo discorso di insediamento, si è rifatto al passato, alle bellissime parole della Dichiarazione di Indipendenza (il passo che amo di più è: "tutti gli uomini sono creati eguali; essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati"). A me basterebbe che il mio Paese, come direbbe Benigni, si aggrappasse, in questo momento, al prodotto più alto del suo intelletto: la Costituzione. Il luogo dove ogni domanda trova la giusta risposta. Art. 2, "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale"; Art. 3 "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"; Art. 4 "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

Non sono d'accordo, poi, con quelli che dicono: "Per protesta, non vado a votare". No, è una protesta stupida e puerile. Il voto è una conquista democratica ottenuta con il sudore e con il sangue di centinaia se non di migliaia di persone e per questo va messo in cima alla lista delle cose da fare. Sempre. Votare è esercitare, a pieno titolo, il diritto/dovere a una cittadinanza attiva e partecipata. La politica ideale per il mio paese riparte, banalmente direbbe qualcuno, da istruzione e formazione, lavoro, salute, ricerca, ambiente e cultura (nel senso più ampio del termine). La politica ideale per il mio paese non ha paura del futuro, perché conosce il suo passato e comprende il suo presente. La politica ideale per il mio paese è democratica, partecipata, consapevole ed entusiasta. La politica ideale per il mio paese costruisce l'avvenire sull'economia sociale e sul capitale umano. La politica ideale per il mio paese è fatta da persone che svolgono, secondo le proprie possibilità e le proprie scelte, attività o funzioni che concorrono al progresso materiale o spirituale della società. La politica ideale per il mio paese dovrebbe ripartire da qui.
  

lunedì 4 febbraio 2013

I nativi digitali non esistono

Roberto Casati nel suo pezzo dello scorso dicembre ha usato un'espressione più colorita, parlando di balla dei nativi digitali. Sommessamente, dico di essere d'accordo. E lo ripeto: i nativi digitali non esistono. In un altro post specificavo come lo stesso Prensky, l'ormai noto autore dell'articolo che teorizzava la differenza tra nativi e immigrati digitali, ha ritrattato, o meglio specificato, questa sua definizione, introducendo il concetto di saggezza digitale (digital wisdom). Anch'io, un paio di anni fa, mi feci trascinare dall'emozione. Il lavoro sul campo con i docenti mi ha chiarito le idee.

La questione qui è molto semplice. Tutti i bambini e ragazzi nati nell'era di Internet non sono, diciamo così, geneticamente predisposti e non hanno ricevuto una colomba dal Cielo - sotto forma di tweet, magari. Mia figlia maneggia telecomandi, tastiere e cellulari solo perché ne è circondata. Se la mia famiglia vivesse sull'isola di Chiloé, probabilmente sarebbe abilissima con le reti da pesca. E' il contesto il motore delle abilità, non l'innata predisposizione. Non ci sono controprove del fatto che un australopiteco o un neandertaliano, dopo un pò di pratica, non sarebbero stati in grado di far scorrere le foto, con le dita, sul display di uno smartphone touch screen. Non dimentichiamo che si tratta di individui che, dal nulla, hanno creato il fuoco, il bronzo, il ferro, la ruota. I ragazzi post 2000 non sono nativi digitali, come i nostri antenati rinascimentali non erano "nativi di stampa" (grazie a Gutenberg), o quelli della mia generazione "nativi televisivi". Se con queste espressioni si intende inquadrare storicamente alcune delle generazioni umane, allora potrebbero essere assimilate agli "ismi" della storia o critica letteraria. Se invece si vuole categorizzare ambiti cognitivi, si rischia di finire maldestramente fuori strada.

La storia delle tecnologie educative è stata già descritta ampiamente in letteratura e non è questo il luogo deputato a rifare la cronologia. Dai libri di testo / fotocopie, al magnetofono; dalle audiocassette, alle videocassette; dai DVD / Blu-ray Disk, a Internet (intesa nel suo complesso di web tool); dai PC, ai tablet e smartphone, la questione delle tecnologie eucative, come spesso viene detto, ma altrettanto spesso ignorato, è che vanno contestualizzate come strumenti di supporto alla didattica e all'apprendimento e, soprattutto, che non sono buone o cattive (il tablet, piuttosto che le fotocopie) a prescindere, direbbe Totò, magari sull'onda emotiva del momento. I giudizi vanno calibrati in base all'uso che se ne fa, sia dal lato istituzioni (Governo e Regioni, scuole e università, dirigenti scolastici, professori, insegnanti ed educatori), sia dal lato cittadino (famiglie, studenti / alunni / allievi). In questi ultimi anni, soprattutto da parte delle istituzioni, si è fatta molta demagogia spicciola, mentre la ricerca seria è affidata ad alcuni pionieri che tentano di affrontare il tema in maniera scientifica, ma ahimé sono poco ascoltati o letti. Molti altri, invece, in maniera superficiale (o furbesca?), sembrano cavalcare l'onda per meri scopi personali. E' noto, inoltre, che la politica vive di passioni effimere e di impatti immediati per immediate esigenze (ma di questo parlerò diffusamente in un prossimo post) e l'uso delle tecnologie a scuola è diventata, da qualche anno, una bandiera da ammainare o sventolare a seconda dei tempi e degli umori; mentre i nativi digitali, l'ariete per sfondare le eventuali resistenze e giustificare le azioni in campo (parafrasando Gianni Marconato, si potrebbe dire il "cavallo di Troia del neoacheismo tecnologico").

L'ho già scritto (nella tesi di dottorato e in altri post) e lo ripeto spesso a colleghi e amici: non basta riempire le scuole di tecnologie (in questo caso digitali) per poter migliorare l'apprendimento. Nel post precedente, ho citato alcuni articoli in cui questo aspetto appare di tutta evidenza. Decine di tablet in un laboratorio informatico e digitale, LIM o altri strumenti senza un'adeguata teoria e pratica pedagogica alle spalle sono gusci vuoti, effimere passioni cognitive in grado solo di "fare rumore" sul tema: distribuire qualche premio, permettere a qualche giornalista di scrivere articoli o a qualche affarista di pubblicare e vendere libri, gratificare insegnanti e alunni (e dirigenti scolastici) assieme a qualche sindaco e politico locale (o nazionale a seconda della portata dell'evento) e nulla più. Su questo poi cala silenziosa e maligna la nebbia del digital divide, contro cui l'Europa è impegnata, mentre l'Italia nicchia (basta ricordare le difficoltà di molte famiglie nell'iscrizione online di quest'anno). Un popolo di connessi non è sempre un bene per l'establishment. La Basilicata, nello specifico, è un esempio di questo annoso, quanto mai attuale problema. Se si pensa, inoltre, che oggi la politica corre molto sul web, mentre i dati di accesso non sono confortanti, si capisce come una buona fetta di popolazione non riesca a usufruire del diritto democratico alla piena informazione.

La mia richiesta al prossimo Governo è questa: mettiamo insieme le migliori menti italiane nel campo della pedagogia, delle tecnologie educative (digitali e non) e delle singole discipline scolastiche, e riscriviamo i programmi, pubblichiamo vademecum e linee guida, ristrutturiamo la formazione degli insegnanti, mettendo in piedi processi (come dice Gianni Marconato), tenendo bene a mente che formatori ed educatori non adeguatamente stimolati, coinvolti e consapevoli possono incrinare il sistema, essendo loro il perno di tutta la giostra che pone l'allievo (di tutte le età), come cittadino e persona, al centro del mondo. Pensiamo a come realizzare, finalmente, le classi aperte nell'ottica europea del lifelong learning (vessilo delle strategie comunitarie in tema di apprendimento, ma ancora lungi dall'essere pienamente realizzato), anche e soprattutto come arma per combattere l'abbandono scolastico e con un occhio al lavoro. Apprendere è l'unico mestiere che non manda la persona in pensione. Mai. E' una meravigliosa avventura che si dipana ogni giorno, fuori e dentro l'aula, e accompagna ciascuno di noi per tutto il ciclo della vita (dicendola alla Van Gennep, "dalla culla alla bara"). E' questo lo scenario a cui la scuola deve adeguarsi e non alle presunte abilità dei "nativi digitali" o alle mode tecnologiche del momento. Sarebbe un vero cambiamento epocale in termini di approccio alla questione. Questo mi aspetto per il mio paese. Il paese ideale in cui vorrei che mia figlia crescesse.
   

giovedì 3 gennaio 2013

Tecnologie educative: il dibattito continua

Il tema delle tecnologie educative vive a fiammate. Ci sono fasi in cui pare che la questione sia messa in naftalina. Poi, magari, qualche politico (di carriera o tecnico) la ributta lì, tanto per vedere che effetto fa. A volte, invece, il dibattito rifiorisce improvvisamente, con voci conttrastanti. E questo è un bene.

Di seguito un breve elenco dei post più interessanti sull'argomento, pubblicati nell'ultimo periodo (in ordine di lettura da parte del sottoscritto).

- Marco Dominici e Salvatore Nascarella, Il tablet in classe non fa la scuola digitale (via Catepol)

- Ross Wickens, Innovative ICT in Education: Twitter (via Web 2.0 and something else)

- Antonio Tombolini, La scuola digitale, i tempi sono maturi, perfino in Italia

- Pier Cesare Rivoltella, Social network e apprendimento in scuola

- Gianluigi Cogo, Abbracciare il digitale

- Gianni Marconato, Un’Agenda per la scuola?

- Gianni Marconato, Un insegnante che usa la LIM insegna meglio di uno che non la usa?

- Marina Boscaino, «Il digitale a scuola non migliora l’apprendimento»

- Enzo Zecchi, Le Tecnologie a Scuola? Prima la Pedagogia

- Giuseppe Granieri, La sfida della scuola (e dell'università)

- Paolo Ferri e Stefano Moriggi, Apprendere ricercando: la fine della didattica nozionistica

- Gianni Marconato, Il digitale a scuola migliora l’apprendimento?

Un ultimo pensiero a un grande maestro: David Jonassen. Se n'è andato qualche tempo fa dopo una lunga lotta con il più infame dei nemici. I suoi scritti sono stati illuminanti per me (ma non solo, lo sono stati, ovviamente, per moltissimi) e mi hanno aiutato in maniera cruciale nell'inquadrare il percorso di ricerca durante e dopo il PhD. Grazie David e buon viaggio.
 

mercoledì 12 settembre 2012

Toolbox - ClassMarker

ClassMarker (link)

  • Descrizione: Creare e Gestire Test e Quiz
  • Skill: comprensione orale, comprensione e produzione scritta
  • Ordine di scuola: scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado

Dal sito ufficiale: "web-based testing service is an easy-to-use, customizable online test maker for business, training & educational assessment with tests and quizzes graded instantly".

Segnalazione (via Catepol e Giuseppe Granieri): il post "This is your brain on the Internet (maybe)" di Kyle Hill.
   

sabato 18 agosto 2012

La certificazione di Snoopy

O di esistenza in vita, utilizzando un'espressione cara alla mia ex-coinquilina di stanza. Come sapete, lavoro presso una PA, nello specifico, comparto Regioni ed Autonomie Locali, e da tempo sto osservando un fenomeno tipico dell'amministrazione pubblica. La "certificazione di Snoopy" (o di esistenza in vita), appunto, che non si riferisce alla cosiddetta "sindrome di Snoopy", cioè l'incertezza e l'indecisione croniche, bensì prende origine da una striscia dei Peanuts di alcuni anni fa. In una serie di vignette (mi pare di ricordare su due pagine), Snoopy abbaia in continuazione. Nell'ultima, si rivolge al lettore dicendo che lo ha fatto per testimoniare al mondo la sua esistenza. Bene, questo accade ogni giorno negli uffici. Ovviamente i dirigenti, i funzionari e gli impiegati non passano la giornata latrando a squarciagola, però impongono una serie di "ma", "però", "un attimo", "devo verificare", ecc., spesso per giustificare o salvaguardare un ruolo o una posizione. A questa quotidiana abitudine, se ne aggiunge un'altra che da essa discende: la scarsa circolazione di dati e informazioni all'interno della stessa struttura. Sono affascinato dalla caparbietà e dalla costanza con cui vengono difesi gli orticelli privati (a volte anche le scrivanie e le sedie) da spiacevoli intrusioni. Una richiesta di informazioni o scambio di pratiche, di solito, è considerata come tentativo di invasione, ma dato che ai colleghi non si può rispondere picche come lo si farebbe al cittadino, vengono adottate varie strategie di guerriglia per sfiancare il richiedente. Quando assisto o mi trovo protagonista di certe scene, non posso non pensare alla battaglia dell'amico Ernesto sugli open data e l'open government e sulla "digitalizzazione" della PA (ne approfitto per segnalare la sua ultima fatica, il nuovo blog "The next gov") o all'impegno di altri amici che, in giro per l'Italia, lavorano per diffondere una nuova cultura digitale del nostro Paese (a questo proposito, via Catepol, segnalo il "Vademecum Pubblica Amministrazione e Social Media"). Il primo problema strutturale da risolvere è aprire le porte degli Uffici e liberare la circolazione dei dati all'interno della PA stessa, annientando per sempre la cultura tipica dell'equazione "informazione non data = potere per chi la possiede". A me hanno insegnato (la mia famiglia è composta in gran parte di professori, maestri, ecc.) che la conoscenza è un bene comune, come scrivevo tempo fa, e non solo quella tipica della formazione, ma anche tutto l'apparato delle informazioni che non possono essere a disposizione di pochi "eletti". Bisogna partire da una nuova cultura del pubblico impiego (non la brunettiana, e di recente forneriana, caccia alle streghe e ai fannulloni) per diffondere un modus operandi che travalichi l'orticello circondato da alti steccati, poiché in questo modo non potrà mai produrre buoni frutti per i principali committenti della PA e cioè i cittadini. In molti casi, è desolante constatare come la politica (lontana migliaia di anni luce dalla politiké koinonía artistotelica) abbia da decenni intaccato le fondamenta del pubblico, a tutti i livelli, e, di conseguenza, come di esso disponga a proprio piacimento, incurante di un concetto che potrebbe veramente fare la differenza: la parola magica a cui mi riferisco è "programmazione". Quindi, liberiamo i dati, liberiamo dirigenti e funzionari, liberiamo il pubblico impiego dalle catene che si è auto-imposto. Tutti i miei colleghi sono persone che fanno con onestà e dedizione il proprio lavoro, ma a volte l'ambiente rende difficile guardare oltre la soglia dell'ufficio. Può sembrare una ovvietà, ma dall'interno appare ancora più evidente come la dorsale sulla quale si sono, per anni, innestate tutte le inefficienze e gli errori è l'endemica superficialità, unitamente alla miopia programmatoria, con cui la burocrazia malata di egocentrismo infetta la gestione / amministrazione della "cosa pubblica".

In questo periodo si parla tanto di revisione della spesa (preferisco l'espressione italiana) e io vorrei dare un mio contriubuto. Cosa eliminare? Beh, per me è facile: l'utilizzo estensivo della carta. Si usano montagne di carta, foreste intere. Esistono sistemi informativi di gestione in cui vengono caricati tutti i documenti, ma per completare ogni operazione ci vuole sempre la carta. Anche se da poco si usano tristi fogli giallognoli riciclati (stile cablo della Gemania dell'Est prima della caduta del muro di Berlino), è sempre carta. E ce n'è tanta. Decine e decine di faldoni. Ovunque. La cosa buffa è che anche la giurassica Commissione europea vuole sempre la carta. Amica, amante e compagna, rassicurante come la coperta di Linus. Quindi, il percorso è lungo, molto lungo, oltre ad essere tortuoso e disseminato di trappole e ostacoli. Del digitale, cari amici, fin nel profondo della Pubblica Amministrazione, al di là di dichiarazioni di facciata e almeno per ora, non si fida proprio nessuno.
 

venerdì 1 giugno 2012

Agenda Digitale Italiana

Alcune riflessioni sull'agenda digitale italiana e sulle iniziative per la scuola ad essa collegate (gruppo di lavoro "Informatizzazione digitale e competenze digitali"), di cui riporto testualmente il primo obiettivo: "estendere il modello della scuola digitale (banda larga per la didattica nelle scuole; cloud per la didattica; trasformare gli ambienti di apprendimento; contenuti digitali e libri di testo /adozioni; formazione degli insegnanti in ambiente di blended e-learning; LIM – e-book; e-participation...)". Belle parole, molto trendy, ma vuote. Anche l'espressione "formazione degli insegnanti in ambiente blended e-learning" è molto accattivante, ma mi scatena un'immediata domanda: "formazione su cosa?". Se da un lato l'iniziativa è meritoria nelle intenzioni, dall'altro sono desolato nel constatare una realtà vecchia che emerge dai contenuti (almeno per me, naturalmente). In perfetta sintonia e continuità con il passato, si pensa agli insegnanti come alunni discoli che devono mettersi in riga e alla scuola e alla formazione come contenitori in cui "versare" la tecnologia. L'altro ieri, audio e video cassette; ieri PC e Internet; oggi LIM, e-book, tablet; domani chissà. Come se bastasse riempire un'aula di "giocattoli" per assicurare la buona riuscita dei processi di appendimento. Accidenti! Mi è scappata una parola che forse è antiquata, vecchia e polverosa. Però a me piace e la ripeto: "apprendimento". In questo blog ne ho parlato spesso. La tecnologia è "buona" solo se produce apprendimento in un contesto organico di programmazione didattica ed educativa. Da sola non ne è garanzia e mai lo sarà (con buona pace di sciamani digitali e nuovi profeti). E' buona se diventa strumento plasmabile nelle mani del cittadino per l'acquisizione di competenze, intese in termini di abilità/capacità e conoscenze, così come previsto dalla Raccomandazione del Parlamento e del Consiglio sul sistema EQF (a proposito è questa l'Europa che mi piace, qui il testo originale dell'atto), con lo scopo di un "apprendimento permanente", che non inizia e finisce a scuola o all'università, o peggio che non va oltre il suono della campanella o un esame, ma continua ogni giorno, tutti i gorni (non va dimenticato che, in quest'ottica, il tanto bistrattato libro è, comunque, una tecnologia). Il progetto digitale per il nostro sistema di istruzione e formazione deve partire da una "pedagogia delle tecnologie educative" per permettere a tutti di imparare, ma anche di generare conoscenza, sempre e ovunque, in maniera consapevole e digitally wise. La ricetta, se mi si passa il termine, che propongo è sempre la stessa (questa volta con una metafora automobilistica): non si dovrebbe mai partire dal pit-stop (le tecnologie), ma dai semafori che da rossi diventano verdi sopra la linea dello start (la pedagogia, il progetto educativo), utilizzando le soste (i pit-stop, appunto) per migliorare le performance di macchina (il discente / il cittadino) e pilota (il docente / l'educatore / il formatore) e arrivare, quindi, per primi alla bandiera a scacchi.
   

venerdì 25 maggio 2012

Tecnologie e didattica delle lingue

Ho appena finito di leggere un buon libro, di cui ho dato conto in un post precedente. Il testo si intitola "Tecnologie e didattica delle lingue. Teorie, risorse, sperimentazioni", a cura di Fabio Caon e Graziano Serragiotto, Torino, UTET Università, 2012. Il volume, come si legge nella prefazione, ha un'appendice online, nelle sezioni "Itals" e "Ladils" del portale del "Centro di Didattica delle Lingue" dell'Università Ca' Foscari di Venezia, per aggiornamenti, esemplificazioni e materiali integrativi. Il saggio, sebbene abbia i connotati e i contenuti del classico lavoro di stampo accademico, è una buona guida, abbastanza completa sulla materia. Le sezioni sono tre: "Coordinate teoriche", con una serie di contributi sul rapporto tra glottodidattica e tecnologie, oltre ad analisi degli aspetti neuroscentifici e al ruolo dei docenti in questo contesto, sia come fruitori (formazione e aggiornamento professionale), sia come utilizzatori/facilitatori; "Risorse e strumenti", con una rassegna dei principali "nuovi attrezzi" a disposizione del docente di lingue, tra cui LIM, i tablet, il rapporto tra CLIL e YouTube, l'e-tandem come ambiente per la comunicazione in LS, materiali e applicativi web per la didattica; "Sperimentazioni", che contiene tre esempi di progetti ben articolati sul tema. E' una lettura molto interessante e la consiglio a chi ha voglia di approfondire il rapporto tra glottodidattica e tecnologie educative.

Riporto, poi, due iniziative: una dell'Ue per insegnare Internet ai bambini ed educarli a un uso consapevole della Rete  (speriamo che dalle belle parole si passi ai fatti, soprattutto nell'applicazione di questi princìpi negli Stati Membri e, nello specifico, in Italia); l'altra chiamata "BilFam. Let's become a bilingual family", sperimentazione curata dall'Università "La Sapienza" a cui partecipano 125 nuclei familiari, da 5 diversi paesi (qui il sito dedicato) che "utilizza un modello già sperimentato con successo in 120 scuole dell'infanzia e primarie, adattandolo al contesto familiare"; l'obiettivo è coinvolgendo le famiglie  per imparare almeno un'altra lingua oltre alla materna, fondando il processo di apprendimento sulla dimensione domestica e quotidiana.

E ora il consueto spazio delle segnalazioni riferite alle settimane successive l'ultimo post:

- il numero 78 (marzo/aprile) di Form@re che affronta un tema cruciale in fatto di tecnologie didattiche, in questo caso legato alle LIM, e cioè la questione della reale l'efficacia di tale strumento per migliorare la qualità dell'apprendimento e, collegato a questo, l'articolo del corriere su una ricerca condotta da GfK Eurisko per l’editore Pearson Italia sugli effetti positivi della LIM sull'apprendimento (indagine condotta su un campione di docenti intervistati);

- il canale YouTube, Shakespeare Animated, con 12 opere del drammaturgo inglese sotto forma di cartone animato e sottotitolate (da andare a sbirciare assolutamente, in basso embedo il primo dei tre video di "Macbeth", la mia preferita);

- il solito stimolante post di Gianni Marconato dal titolo "La grande sfida della didattica: motivare i ragazzi";

- il lavoro realizzato da parte del curatore dell'ottimo blog "Free technolgy for teachers", dal titolo "Google Drive and Documents for teachers", con una serie di interessanti spunti per le attività in classe;

- il resoconto di un esperimento realizzato a Pesaro presso la Scuola Materna “Missionarie Della Fanciulezza”, per l’utilizzo dell’iPad per insegnare l’inglese ai bambini dai 3 ai 6 anni;

- un post apparentemente provocatorio, ma molto ricco di sostanza di Mario Rotta, dal titolo "La nausea sociale", sui rischi legati a un overload, si potrebbe dire, di social media;

- tramite Webeconoscenza, l'illuminante, sintetico e very anglosaxon "Government Digital Service Design Principles", da parte del governo di Sua Maestà (UK), di cui riporto l'elenco tanto per avere un'idea di cosa si tratta: "Start with needs; Do less; Design with data; Do the hard work to make it simple; Iterate. Then iterate again; Build for inclusion; Understand context; Build digital services, not websites; Be consistent, not uniform; Make things open: it makes things better";

- gli atti dell'VIII Congresso SIEL (2011), dal titolo "Connessi! Scenari di innovazione nella fromazione e nella comunicazione".

venerdì 30 marzo 2012

Toolbox - Weebly for education

Benvenuti.

Inauguro il "nuovo" blog con un "servizo" che prende spunto da un lavoro svolto per la tesi. Si tratta di toolbox, letteralmente "cassetta degli attrezzi". Durante i tre anni di dottorato, ho spulciato qua e là, utilizzando svariate fonti, molti “web-based tool” (utilizzabili tramite il solo “browser” senza l’installazione di alcun software), scelti, visionati e testati, ed essenzialmente free o, al massimo, con alcuni servizi potenziati a pagamento che, però, non vanno a incidere in maniera considerevole su quelli di base. Questi strumenti sono stati analizzati per essere applicati nel campo della didattica delle lingue, al fine di ampliare le possibili opzioni operative a disposizione del docente.

Per ogni tool, predisporrò una scheda che conterrà:
  • una breve descrizione dello strumento con le potenzialità didattiche;
  • la/e skill linguistica/e che per il cui potenziamento può essere utilizzato;
  • l'ordine di scuola in cui può essere più utile.

Non verranno presi in considerazione servizi come quelli di Blogger, Delicious, Flickr, Google, Facebook, Scribd, Slideshare, Twitter, Wikipedia, Wordpress, YouTube, ecc.; insomma i più conosciuti, in quanto su di essi esiste una vasta letteratura su sperimentazioni, progetti, suggerimenti, e così via. L'attenzione verterà su tool meno diffusi, ma altrettanto innovativi e interessanti, anche per le attività che possono facilitare in "appoggio", in alcuni casi, ai più "blasonati".

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Per questo primo post, il tool presentato è: "Weebly for education"

  • Descrizione: Creare siti web e gestire un ambiente educativo di classe
  • Skill: comprensione e produzione orale, comprensione e produzione scritta
  • Ordine di scuola: scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado

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E ora alcune Segnalazioni:

- esempi di scuola virtuosa in "L'innovazione sale in cattedra" e, via Catepol, i 4 progetti italiani premiati per l'e-twinning, tra cui il Liceo Classico "E. Duni" di Matera con il progetto "A taste of Maths", di Maria Teresa Asprella (bravi!!!); 

- un interessante articolo da "Education 2.0" dal titolo: "Podcasting e apprendimento delle lingue straniere";

- il lavoro di Gianni Marconato, "Usare Moodle. Manuale di didattica";

- 5 modi per usare la tecnologia wiki nella didattica.

Chiudo con un bel video, che ho trovato grazie a Webeconoscenza, su una buona pratica di digital literacy: How to use Twitter.



mercoledì 7 marzo 2012

Il miracolo delle tecnologie


Sono stati giorni molto ricchi di spunti e di riflessioni e poiché, come sapete, ho l'abitudine di scrivere solo se e quando ne sento il bisogno, avendone adesso una impellente necessità (anche far tacere i vari campanelli che trillano in testa), raccomando ai pazienti lettori di armarsi di un'ulteriore buona predisposizione d'animo, in quanto il post è lungo e si conclude con una serie di appunti e segnalazioni.

Il miracolo parte dai ragionamenti sul rapporto tra tecnologie e didattica/appendimento che iniziano a travalicare i confini dei tecnici e dei ricercatori, attirando l'attenzione dei media in generale, anche se con deviazioni un pò grossolane e semplicistiche. Ma va bene così. L'importante è aumentare il volume della discussione. Gli strumenti cambiano e si evolvono rapidamente. E' ancora aperto il dibattito sul social web in generale e, da poco tempo, sugli smartphone, che un altro device si profila all'orizzonte: i tablet. Un'interessante panoramica / riflessione è offerta da una video-intervista di Mario Riotta. Il ricercatore sostiene, a ragione, che il rischio è di utilizzare questi dispositivi in maniera anche molto tradizionale (classici tool per la visualizzazione di contenuti strutturati e statici). In tal caso, non serve investire tante risorse da parte delle istituzioni educative e formative (la spesa è comunque rilevante anche se si vuole far lavorare due utenti per tablet), allora tanto vale non utilizzarli. Se, invece, si vuole produrre un impatto metodologico significativo, bisogna introdurre questi dispositivi (riflessione che, ovviamente, si estende a tutti, e cioè i PC, i notebook, le LIM, gli smartphone, le applicazioni del social web, ecc.) in maniera contestuale per generare cambiamenti nel modo di fare scuola/formazione, nell'organizzazione della scuola/formazione stessa e della didattica in generale, nel modo in cui lo studente studia, nel modo in cui l'insegnante insegna e nei modi in cui studente e insegnante interagiscono tra loro. In linea potenziale, questi cambiamenti potrebbero, poi, produrre un impatto epistemologico, portando a forme di apprendimento (che Riotta definisce, utilizzando un'espressione molto azzeccata, "cloud learning") basate su mobilità, integrazione, sincronizzazione tra risorse e utenti. Ciò potrebbe (si spera) mettere in crisi il sistema consolidato attualmente in vigore nell'istruzione e nella formazione, per impostare una nuova metodologia a tutto tondo. Numerose sono le ricerche (compresa quella di Riotta in una scuola di Bergamo) che mirano a verificare se l'utilizzo contestuale di tali dispositivi e applicazioni possa comportare un impatto cognitivo significativo, permettendo l'acquisizione di competenze di livello qualitativo migliore rispetto alla "didattica tradizionale". E' certo che il dispositivo in sé non agevola una buona didattica. Sono altri gli elementi ad apportare benefici nelle modalità in cui dispositivi, persone e contesto (la quotidianità di fare scuola) entrano in relazione tra loro. L'obiettivo più cogente, comunque, è introdurre e diffondere un nuovo modo di apprendere: superare i concetti di scuola e formazione collocate in un tempo e in uno spazio rigorosi e delimitati ed entrare in un'ottica di mobilità e di permenenza in rete per tutto l'arco della vita (una formazione continua senza pareti).

E qui veniamo a un aspetto che mi sta molto a cuore e cioè il superamento dell'annosa dicotomia tra "nativi digitali" e "immigrati digitali". Un primo passo è quello di accettare, come esposto da Gianni Marconato in un suo post, l'esistenza di una decima intelligenza, ulteriore rispetto alle nove individuate da Gardner, caratterizzata da una serie di abilità differenti, tra cui gestire le opzioni di scelta (su Internet o verso una qualunque navigazione di tipo ipertestuale), applicare il multitasking, selezionare e connettere logicamente le informazioni per creare nuova conoscenza, ecc. Da qui, il passaggio al concetto di "digital wisdom", introdotto dallo stesso Prensky per annullare il gap generazionale, è immediato. La saggezza digitale è quell'insieme di competenze che permette a un utente, giovane o anziano, di usare le tecnologie in modo consapevole, presupponendo una serie di abilità che, è bene tenerlo presente, non sono immediate, nella loro "attuazione consapevole", da parte dei "nativi digitali": navigare all'interno dei network, condividere conoscenza in un ampio sistema di intelligenza collettiva, negoziare concetti e la propria presenza in rete, gestire nuovi modi e ritmi di comunicazione, gestire i maggiori livelli di autonomia (soprattutto nello studio e nell'apprendimento), gestire le informazioni, discernendo le fonti.

A tal proposito, i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori della NorthWestern University di Chicago (“Trust online: young adults’ evaluation of Web Content”) che ha interessato circa un migliaio di giovani americani tra i 18 e i 20 anni, hanno messo in evidenza alcune tendenze da non sottovalutare nel rapporto tra conoscenza, Internet e "nativi digitali": la rete è lo strumento maggiormente utilizzato per le ricerche; l’attendibilità di quanto trovato e delle fonti non è una questione avvertita come necessaria; i motori di ricerca sono visti come dispensatori di verità assolute e indiscutibili; scarsa conoscenza dei principi regolatori degli algoritmi di ricerca; affidamento immediato sul primo risultato, in ordine di apparizione, sulla pagina del motore di ricerca utilizzato; scarsa capacità di discernere tra pubblicità e link in primo piano; indifferenza verso gli autori dei materiali reperiti online; maglie larghe nei confronti del “cut and paste” selvaggio, effettuato con disinvoltura. Ragion per cui, facendo ammenda anche io stesso, non voglio più sentire parlare né di "nativi digitali", né di "immigrati digitali", essendo queste due categorie che non esistono, o meglio, esistono e si fondono senza possedere quei contorni definiti e rigidi spesso categorizzati.

Sempre Marconato, nel suo post, auspica che si possa "avvicinare in età precoce i bambini all’uso del computer in modo che, in analogia con quanto avviene con l’apprendimento precoce delle lingue, si sviluppi al meglio anche questa forma di interazione con la realtà". A questo proposito, in Italia c'è un'ulteriore questione. In un recente articolo apparso sul quotidiano la Repubblica, "Il mondo degli iperpoliglotti" (edizione di giovedì 23/02/2012), si fa riferimento al ritardo del nostro paese sul multilinguismo, ma anche sul "monolinguismo" (in questo caso dell'inglese) aggiungo io, e ai livelli bassi di conoscenza di una o più lingue straniere da parte dei cittadini, nonostante gli innumerevoli documenti programmatici sul tema da parte dell'Ue, a partire dal Barcellona 2002, in cui si auspica, per ogni cittadino dell'Unione, la conoscenza di almeno due lingue straniere, oltre a quella materna. Il multilinguismo sembra essere una necessità oramai imprescindibile, ma la sensibilità, in Italia, è abbastanza annacquata (basti vedere i numerosi tagli di ore, cattedre e quant'altro effettuati in questi anni a livello governativo). Eppure, il nostro cervello è naturalmente predisposto, almeno fino all'età puberale, all'acquisizione contemporanea di più idiomi (addirittura, secondo alcuni studi, fino a 10/11). Inoltre, concetti come "società della conoscenza", competenze dei "nativi digitali", "dieta mediale", ecc., sono intimamente legati all'importanza della conoscenza di più lingue visto che le opportunità digitali a disposizione si incrementano in maniera esponenziale e le possibilità di entrare in contatto con altre culture sono praticamente dietro ogni angolo. Il rapporto tra tecnologie e didattica delle lingue, quindi, è molto stretto, ma anche molto poco studiato soprattutto in termini di impostazione didattica, approccio e metodologica diversi.

Ripensare a questi aspetti, "saggezza digitale" e "multilinguismo", in modo integrato come impostazione nuova di fare scuola e formazione è un must che deve realizzarsi in fretta. Fare una ricerca su "Google" sul romanzo "Oliver Twist" di Dickens, per esempio, implica avere a che fare con quasi 10 milioni di risultati. Orientarsi in questo oceano di informazioni impone la padronanza di tutte quelle competenze "digitali" citate prima, oltre a quelle di natura più prettamente linguistica. E non basta copiare il primo record (che guarda caso è quello di Wikipedia). Se i nostri ragazzi riuscissero ad andare almeno fino alla pagina 5, leggendo e confrontando, o ad affinare la ricerca con l'inserimento consapevole di adeguate parole chiave, avremmo raggiunto già un buon risultato. 

Un’ultima considerazione riguarda l’ipotesi di una radicale riorganizzazione spaziale dell’aula di lingua straniera per ottenere un ambiente formativo integrato, arricchito digitalmente (questo, ovviamente, può applicarsi a tutte le tipologie di aula). Secondo Cyprien Lomas e Diana G. Oblinger, un learning space adeguato alle caratteristiche degli studenti del XXI secolo può essere definito: “digital, mobile, independent, participatory, social, flexible, ubiquitously, accessibile”. La classe, quindi, va ripensata in quanto ponte tra l’apprendimento formale e quello informale, che avviene al di fuori delle mura scolastiche. Un esempio di geometria è presente nell’articolo di Carlos Melero, Lingue straniere e tablets, (numero 8-9 del 2011 della Rivista "Scuola e Lingue Moderne - SeLM", p. 46-51). Partendo dalle sue riflessioni, io mi spingerei oltre, immaginando un "ambiente di apprendimento" (nell'accezione descritta dal Wilson nel 1996) a “geometria variabile” (come suggerisce Ferri in molti suoi scritti) con banchi mobili e ricombinabili disposti a isole di 4/5 unità (con PC o tablet o notebook), dotate di web-cam e collegate a Internet, senza tralasciare di garantire la possibilità di effettuare diverse attività, sia tradizionali, sia cooperative o collaborative. La presenza di svariate tipologie di dispositivi deve riprodurre, per quanto possibile, l’ambiente digitale domestico degli studenti, in modo che il lavoro in aula e a casa abbia elementi di continuità (un interessante elenco di elementi costitutivi di una scuola 2.0 è in un post di Will Richardson).

Chiudo, quotando, per intero, un pezzo di un ennesimo interessantissimo post di Gianni Marconato, a cui vanno sempre i miei sentiti ringraziamenti per gli innumerevoli spunti che mi offre (e che mi ha offerto durante la redazione della tesi), sui libri digitali:


"Le risorse didattiche da usare, il loro ruolo, i modi in cui si usano sono strettamente legati all’idea che ogni insegnante ha dell’apprendimento, di come le persone apprendono, di come, conseguentemente si insegna, ma anche di cosa gli studenti dovrebbero imparare. Se si è convinti che si apprenda meglio avendo un ruolo (cognitivamente) attivo, che lo scopo dell’apprendimento sia dare un significato a ciò che si è appreso, che gli studenti dovrebbero saper usare le conoscenze (e non solo memorizzarle) e di trasferirle in differenti contesti, che si dovrebbe imparare a collegare tra di loro le conoscenze acquisite, che si debba apprendere per uno scopo (e non imparare per imparare) ….. allora non ci resta altro che lavorare all’interno di ambienti di apprendimento, contesti didattici aperti, ricchi di risorse, dove lo studente è attivo, usa strumenti, elabora informazioni, interagisce … (rielaborato ad Wilson). Ambienti di apprendimento tanto come metafora per il contesto didattico nel suo insieme ma, anche, per il libro di testo in quanto tale. Magari attingendo alle “architetture per l’apprendimento” di Schank come basi concettuali. Più che monolitici “libri di testo”, tante risorse “liquide”, aggregabili reativamente, manipolabili da insegnanti e studenti, dove l’interazione, la collaborazione, la costruzione siano elementi fondamentali del setting didattico. Con una “visione” di lungo periodo, mi piace pensare che il luogo di sviluppo delle “risorse” didattiche (preferisco la prospettiva “risorse”, che quella di “libro di testo”) sia quello delle reti di insegnanti più che quello degli editori."


Non solo sottoscrivo, ma lo faccio con doppia e triplice linea. Una delle poche certezze con cui ho chiuso il lavoro di ricerca del triennio di dottorato è stata, anche e soprattutto dopo aver sentito insegnanti e presidi, la forte esigenza manifestata da tutti gli attori di una partecipazione diretta nel lavoro didattico di integrazione tra tecnologie e curricoli. Soprattutto, la possibilità di scambio di idee ed esperienze professionali è considerata come una forte spinta al miglioramento delle pratiche di insegnamento. A questa si lega, quindi, una diffusa necessità di formazione/informazione che, a mio avviso, può essere costituita, in primis, dalle reti di insegnanti e formatori in generale, in cui questi dialogano tra loro. Le comunità di pratica dei docenti potrebbero diventare un "sistema permanente" di formazione professionale continua, adottato, perché no, anche in maniera ufficiale dal Ministero per il tramite dei suoi Uffici Scolastici Regionali. Sarebbe possibile, mi chiedo, tentare di seguire questa strada? Certo non è molto battuta, ma, rifacendomi a una delle espressioni più belle di Robert Frost, è questa la via giusta da percorrere.

Un brindisi finale di buon compleanno all'email che ha, di recente, compiuto 40 anni. La cosa sembra essere passata un pò in sordina ma, che ci piaccia o no, la nostra vita, il nostro lavoro, il nostro modo di studiare e persino le nostre relazioni non sono mai state/i più la stessa cosa dopo la sua diffusione di massa, tanto da far pensare, a chi ama modelli e categorizzazioni facili, di poter dividere la recente storia contemporanea in due fasi: prima e dopo di "lei".

Appunti e segnalazioni conclusive:

- tre pubblicazioni che consiglio a chi si interessa di tecnologie e di come queste possono essere applicate nella didattica e anche in quella delle lingue: Le insidie dell'ovvio. Tecnologie educative e critiche della retorica tecnocentrica, di Maria Ranieri, ETS, 2011 (qui una breve recensione e qui l'indice del volume); Principi di comunicazione visiva multimediale, di Antonio Calvani, Giovanni Bonaiuti e Antonio Fini, Carocci, 2011 (qui una breve recensione); Linguistica e didattica delle lingue e dell'inglese contemporaneo. Studi in onore di Gianfranco Porcelli, a cura di Bruna Di Sabato e Patrizia Mazzotta, Pensa Multimedia, 2011 (la recensione del testo è sul numero 8-9 del 2011 della Rivista "Scuola e Lingue Moderne - SeLM", p. VII-VIII del Dossier BLE n. 20), soprattutto l'ultima parte del volume che è dedicata a "Nuove tecnologie e didattica delle lingue";

- il "Manifesto for teaching online", via Stephen Downes, è un progetto di docenti e ricercatori dell'Università di Edinburgo con lo scopo di stimolare idee sull'uso creativo dell'insegnamento con tecnologie di rete; è stato anche predisposto un apposito blog dove discutere sul tema;

- un'interessante tabella di Helen Barret che incrocia tool per l'e-portfolio e obiettivi di realizzazione; è un ottimo spunto per chi intende iniziare a provare a realizzare il proprio portfolio elettronico/digitale, senza dimenticare i suoi ormai storici modelli per l'e-portfolio;

- il numero 77 (gennaio/febbraio 2012) di Form@re, dedicato al progetto "Wironi", nato nel 2005 presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Siena in collaborazione con il Comune di Monteroni d’Arbia (Siena), "concepito per favorire dei percorsi di apprendimento sociale fra pari attraverso i processi di imitazione ed emulazione, sia nei luoghi di fruizione dei contenuti erogati da Wironi che nei luoghi di produzione di alcuni dei suoi contenuti";

- la timeline di Facebook del profilo del New York Times, che offre una serie di foto e prime pagine per ognuno dei gloriosi 161 anni di storia della popolare testata americana.