sabato 18 agosto 2012

La certificazione di Snoopy

O di esistenza in vita, utilizzando un'espressione cara alla mia ex-coinquilina di stanza. Come sapete, lavoro presso una PA, nello specifico, comparto Regioni ed Autonomie Locali, e da tempo sto osservando un fenomeno tipico dell'amministrazione pubblica. La "certificazione di Snoopy" (o di esistenza in vita), appunto, che non si riferisce alla cosiddetta "sindrome di Snoopy", cioè l'incertezza e l'indecisione croniche, bensì prende origine da una striscia dei Peanuts di alcuni anni fa. In una serie di vignette (mi pare di ricordare su due pagine), Snoopy abbaia in continuazione. Nell'ultima, si rivolge al lettore dicendo che lo ha fatto per testimoniare al mondo la sua esistenza. Bene, questo accade ogni giorno negli uffici. Ovviamente i dirigenti, i funzionari e gli impiegati non passano la giornata latrando a squarciagola, però impongono una serie di "ma", "però", "un attimo", "devo verificare", ecc., spesso per giustificare o salvaguardare un ruolo o una posizione. A questa quotidiana abitudine, se ne aggiunge un'altra che da essa discende: la scarsa circolazione di dati e informazioni all'interno della stessa struttura. Sono affascinato dalla caparbietà e dalla costanza con cui vengono difesi gli orticelli privati (a volte anche le scrivanie e le sedie) da spiacevoli intrusioni. Una richiesta di informazioni o scambio di pratiche, di solito, è considerata come tentativo di invasione, ma dato che ai colleghi non si può rispondere picche come lo si farebbe al cittadino, vengono adottate varie strategie di guerriglia per sfiancare il richiedente. Quando assisto o mi trovo protagonista di certe scene, non posso non pensare alla battaglia dell'amico Ernesto sugli open data e l'open government e sulla "digitalizzazione" della PA (ne approfitto per segnalare la sua ultima fatica, il nuovo blog "The next gov") o all'impegno di altri amici che, in giro per l'Italia, lavorano per diffondere una nuova cultura digitale del nostro Paese (a questo proposito, via Catepol, segnalo il "Vademecum Pubblica Amministrazione e Social Media"). Il primo problema strutturale da risolvere è aprire le porte degli Uffici e liberare la circolazione dei dati all'interno della PA stessa, annientando per sempre la cultura tipica dell'equazione "informazione non data = potere per chi la possiede". A me hanno insegnato (la mia famiglia è composta in gran parte di professori, maestri, ecc.) che la conoscenza è un bene comune, come scrivevo tempo fa, e non solo quella tipica della formazione, ma anche tutto l'apparato delle informazioni che non possono essere a disposizione di pochi "eletti". Bisogna partire da una nuova cultura del pubblico impiego (non la brunettiana, e di recente forneriana, caccia alle streghe e ai fannulloni) per diffondere un modus operandi che travalichi l'orticello circondato da alti steccati, poiché in questo modo non potrà mai produrre buoni frutti per i principali committenti della PA e cioè i cittadini. In molti casi, è desolante constatare come la politica (lontana migliaia di anni luce dalla politiké koinonía artistotelica) abbia da decenni intaccato le fondamenta del pubblico, a tutti i livelli, e, di conseguenza, come di esso disponga a proprio piacimento, incurante di un concetto che potrebbe veramente fare la differenza: la parola magica a cui mi riferisco è "programmazione". Quindi, liberiamo i dati, liberiamo dirigenti e funzionari, liberiamo il pubblico impiego dalle catene che si è auto-imposto. Tutti i miei colleghi sono persone che fanno con onestà e dedizione il proprio lavoro, ma a volte l'ambiente rende difficile guardare oltre la soglia dell'ufficio. Può sembrare una ovvietà, ma dall'interno appare ancora più evidente come la dorsale sulla quale si sono, per anni, innestate tutte le inefficienze e gli errori è l'endemica superficialità, unitamente alla miopia programmatoria, con cui la burocrazia malata di egocentrismo infetta la gestione / amministrazione della "cosa pubblica".

In questo periodo si parla tanto di revisione della spesa (preferisco l'espressione italiana) e io vorrei dare un mio contriubuto. Cosa eliminare? Beh, per me è facile: l'utilizzo estensivo della carta. Si usano montagne di carta, foreste intere. Esistono sistemi informativi di gestione in cui vengono caricati tutti i documenti, ma per completare ogni operazione ci vuole sempre la carta. Anche se da poco si usano tristi fogli giallognoli riciclati (stile cablo della Gemania dell'Est prima della caduta del muro di Berlino), è sempre carta. E ce n'è tanta. Decine e decine di faldoni. Ovunque. La cosa buffa è che anche la giurassica Commissione europea vuole sempre la carta. Amica, amante e compagna, rassicurante come la coperta di Linus. Quindi, il percorso è lungo, molto lungo, oltre ad essere tortuoso e disseminato di trappole e ostacoli. Del digitale, cari amici, fin nel profondo della Pubblica Amministrazione, al di là di dichiarazioni di facciata e almeno per ora, non si fida proprio nessuno.
 

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