Non c’è da preoccuparsi, non sono rimasto disorientato o tramortito dalle abbuffate natalizie. Il titolo di questo post ha due valenze. La prima si riferisce all’importanza che la città di Potenza o meglio che alcuni suoi abitanti hanno nella rete. Sì, proprio così. Mi riferisco a due personaggi che, per strade diverse, continuano a dare contributi alla rete e sulla rete. Si tratta di Giuseppe Granieri, potentino doc, di cui ho appena finito i libri (in rigoroso ordine di lettura da parte del sottoscritto: La società digitale, Blog generation e Umanità accresciuta), che con uno stile brillante e lineare ci aiuta a capire i mutamenti che le reti stanno apportando al nostro sistema sociale, economico e politico, con fondamentali risvolti su concetti quali la privacy, i diritti d’autore, la conoscenza, l’apprendimento, l’educazione e la democrazia. Lo troverete citato spesso in questo blog. L’altro personaggio, in realtà, non ha bisogno di grosse presentazioni, essendo lei una regina, pardon una Lady Oscar del web, e della cui amicizia mi fregio. Per quei pochi che ancora non la conoscono, sto parlando di Caterina Policaro, lei potentina d’adozione, ma calabrese di nascita. Si tratta di una delle cyberpersone più connesse e in connessione del XXI secolo, con occhi dappertutto e con una grande capacità di scovare e sintetizzare ciò che di più curioso e interessante produce il web. Non a caso numerosissime sono le sue apparizioni praticamente ovunque (“una, nessuna, centomila...” si legge sul suo blog), con puntatine anche nei canali informativi “tradizionali” (il “Corriere della Sera” e il “TG1” su tutti). L’altra valenza, invece, è più metaforica e prende le mosse da due ricerche, i cui risultati ho avuto modo di consultare recentemente, sulla “potenza” che è insita nella rete e nel continuo comporsi e ricomporsi dei rapporti sociali al suo interno. La prima, in ordine di consultazione, è quella condotta, su circa 3000 cittadini americani, dalla Pew Internet & American Life Project, una società no profit e apartitica che fornisce informazioni sulle attitudini e i trend negli Stati Uniti e nel resto del mondo, secondo cui chi frequenta social network, blog o usa il cellulare ha più opportunità di stringere relazioni, ampliare i propri orizzonti e abbattere barriere geografiche e razziali. Un altro dato interessante della ricerca è che chi si serve di Internet, lo fa indifferentemente sia per incoraggiare relazioni con persone che vivono a grande distanza che per mantenere i contatti locali (titolo della ricerca: “Social Isolation and New Technology”, novembre 2009). La seconda è stata condotta da alcuni ricercatori, per conto della società Swg, su un campione di oltre 1300 net surfers, da cui si evince che “molti italiani under 50 evadono l’isolamento storico prodotto dal lavoro contemporaneo e dalla televisione e passano ore della propria giornata in continua comunicazione digitale con i propri amici. Una parte considerevole di questa popolazione online sta inoltre sfruttando i social network per ripensare la propria posizione professionale nella propria città e nel resto d’Italia, dare slancio alla propria passione politica e, in altri casi, trovare nuovi amici e cose da fare nel luogo dove vivono”. Tra i dati interessanti emersi dalla ricerca, vi è sicuramente la reinterpretazione del concetto classico di sito web, poiché i social network sono ormai diventati delle daily application, presenti in modo costante nella vita quotidiana degli utenti (il 50% del campione intervistato ha, infatti, dichiarato di “essere connesso alla rete praticamente sempre o, meglio, appena possibile”). Tra i social network, Facebook non è considerato uno strumento volto soltanto ad allargare la cerchia di amicizie, ma anche a consolidare la sfera di conoscenze attuale e a recuperare “quei contatti persi o dimenticati nel percorso delle vite di ciascuno”. Questo dato fa emergere interessanti analogie con i risultati dell’indagine americana e che necessitano di essere approfondite. Infine, tre sono le parole chiave del nuovo sistema di interazioni sociali online e cioè: “aggiornamento”, “gestione” e “condivisione”, per quest’ultima risulta emblematico come l’85% degli intervistati (giovani in gran parte) abbia dichiarato che “l’uso di Facebook è volto soprattutto all’acquisizione e allo scambio di informazioni” (titolo della ricerca: “I cambiamenti promossi dai social network nelle città italiane”, ottobre 2009).
sabato 9 gennaio 2010
venerdì 11 dicembre 2009
Internet è una piattaforma?
La mia assenza prolungata da questo blog è stata dovuta a impegni lavorativi e, soprattutto, di dottorato, ma, adesso eccomi qui di nuovo. Di recente ho letto una notizia su Repubblica.it, relativa al nuovo servizio che il colosso “Google” sta per mettere in campo e definito “tempo reale”. Si tratta, a loro detta, di un passo oltre “google news” e dell'applicazione degli accordi con i social network Facebook e Twitter, che permetterà di trovare risultati e informazioni aggiornate in giro per il web (anche nei blog indicizzati con Wordpress e Blogger), restituendole immediatamente all’utente. La notizia ha stimolato una “provocazione” che da tempo mi ronza nel cervello e cioè il concetto di Internet come piattaforma. L'idea è che il web, allo stato attuale, già fornisce a educatori, formatori e utenti in generale tutti gli strumenti necessari per costruire un ambiente innovativo e partecipato per l'apprendimento, non solo ovviamente per le lingue straniere, senza sentire il bisogno di chiudersi entro i confini rigidi che le attuali piattaforme, sia commerciali sia open source, impongono. I ragazzi, cosiddetti “digital natives” o anche “born digital”, si servono di questi tool soprattutto per motivi personali e per socializzare, quindi, per citare Trentin, potrebbe essere utile tentare di “riutilizzare le loro conoscenze e insegnare loro una cultura dell’uso”. Inoltre, forzando la definizione di Varsico su cosa sia un ambiente di apprendimento e cioè un “luogo” in grado di “offrire rappresentazioni multiple della realtà, evidenziare le relazioni e fornire così rappresentazioni che si modellano sulla complessità del reale; focalizzare l’attenzione sulla produzione e non sulla riproduzione”, si potrebbe vedere in essa la conferma del fatto che Internet basta e avanza. Le domande che mi tormentano da un po’ sono due: perché rinchiudersi in altri ambienti quando tutte le funzionalità degli stessi sono offerti dalla rete? E’ possibile considerare il web stesso come un learning space individuale? La risposta non è così immediata anche se, guardando la rete oggi e il suo evolversi rapido e indipendente, si potrebbe essere tentati di considerarla una vera e propria “piattaforma duttile e facilmente raggiungibile che consente la relazione tra persone, la condivisione, la creazione, l’archiviazione di contenuti e, quindi, l’attivazione di ambienti e situazioni di apprendimento” (concetto questo tratto da: Corazza, L., Internet e la società conoscitiva. Cyberdemocrazia e sfide educative, Trento, Erickson, 2008, p. 116; libro che consiglio vivamente). Per questo motivo, mi sono messo a studiare la questione del cosiddetto Personal Learning Environment (PLE) e della sua funzione di ambiente che permette l’integrazione tra la formazione tradizionale, effettuata tramite le piattaforme “convenzionali” (LMS o LCMS), e tutta la variegata offerta web, dai social nettwork, ai blog, ai forum, ecc., che costituisce il patrimonio delle conoscenze informali dell’utente. Ritornerò spesso sulla questione del PLE che, devo confessare, mi intriga moltissimo.
venerdì 4 settembre 2009
Eccomi qui!
Ciao a tutti. Come primo post di un blog in cui si parlerà di e-learning, tecnologie, lingue, didattica, ecc., non potevo non iniziare con un video di Michael Wesch (Assistant Professor di Antropologia Culturale presso la Kansas State University - USA). Non si tratta del pur famosissimo The machine is us sul Web 2.0 (oltre 10 milioni di visualizzazioni su YouTube), ma di un altro, intitolato: A vision of students today (anche questo molto cliccato, più di 3 milioni di volte). Mi ci sono imbattuto in modo casuale qualche tempo fa. Si tratta di un breve pezzo realizzato con l'aiuto di 200 studenti della Kansas State University, nel quale vengono illustrate le caratteristiche degli studenti di oggi e forse di quelli di domani. Il modo in cui pensano, studiano, vivono, sognano, sperano. Il modo in cui vorrebbero che gli educatori si rivolgessero loro. Insomma una finestra su un mondo che spesso, troppo spesso, viene ignorato in nome di un sistema che, nella pratica, risulta difficile da "adattare" e "modellare". E' molto facile scrivere in maniera "costruttivista", dire che "si farà attenzione alle esigenze degli allievi", ma poi nella realtà com'è complesso applicare tutto ciò. Da guardare, per capire dove sta andando il nostro modo di "fare formazione" e soprattutto dove i nostri ragazzi vogliono che vada. Bellissimo, come l'altro del resto.
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